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EDUCAZIONE/ D'Avenia, Poretti e il più grande spettacolo al mondo prima del Big Bang

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Giacomo Poretti (Infophoto)  Giacomo Poretti (Infophoto)

Ironizza, non può farne a meno, sul proprio curriculum scolastico - istituto professionale fatto in qualche modo - e su quello dei suoi compari, Aldo e Giovanni, non tanto diverso: dal punto di vista della scuola sono dei falliti, bollati col classico "non combinerà niente di buono nella vita"…».

«Perché veniamo da qualche secolo di mentalità borghese - è la risposta -, che ha come criterio supremo l'efficienza, la produttività. E abbiamo dimenticato che le persone sono un mistero, e che il futuro è nelle mani di Dio». Per ribadire il concetto sfoggia la sua competenza di insegnante di greco (i lazzi fra il dotto linguista e il figlio dell'operaio sono imperdibili): «Il Vangelo dice "A ciascun giorno basta la sua pena". In realtà l'originale greco è ancora più significativo: "La ferita di quello stesso giorno è sufficiente". Questa è la questione: non si tratta di produrre un risultato, ma di tenere aperta la ferita che la realtà, sempre, inevitabilmente produce su ciascuno. Questo non vuol dire che tutto vada bene, che a scuola non si debba valutare, tutt'altro (lui di voti ne dà tanti, e quelli belli non li regala certo); vuol dire che puoi dare un 4 a uno e quello si sente guardato come una cosa importante, capisce che quel 4 non è una pietra tombale, ma un'indicazione per diventar grande. Il problema è che cosa desideriamo per i nostri ragazzi: che abbiano successo dal punto di vista del mondo, o che sappiano stare nella vita, davanti alla realtà, in modo vivo?».

La domanda successiva vien da sé: «Ma allora, da dove si può ricominciare?». «L'educazione non è questione di tecniche, ma di tempo. Quanto tempo noi genitori dedichiamo ai nostri figli? Ci lamentiamo che sono sempre sui loro cellulari, ma chi ha messo il televisore in sala da pranzo, il computer nella loro camera?». Tira fuori un'altra mail, questa volta è un ragazzo che ha letto Bianca come il latte, rossa come il sangue, e si rivolge all'autore per chiedere un consiglio. "Ho quindici anni, ho tutte le ragazze che voglio ma non so che farmene. E non so che fare della mia vita". «Vedete? - è il commento - I quindicenni di oggi sono già una generazione di ritorno. Hanno una quantità sterminata di informazioni, ma non la capacità di leggerle. Hanno già consumato internet, facebook, tutto quel che noi accusiamo, e chiedono a noi che significato ha. E questo chiedono a noi. Ma per farlo occorre tempo, occorre stare con loro. Quanto tempo stiamo con loro? In quante famiglie si sta insieme a tavola?». Rievoca la sua famiglia, sei figli, «con tante ferite e tanti fallimenti, non certo una famiglia perfetta. Ma sempre unita, intorno alla cucina della mamma».



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