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EDUCAZIONE/ D'Avenia, Poretti e il più grande spettacolo al mondo prima del Big Bang

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Giacomo Poretti (Infophoto)  Giacomo Poretti (Infophoto)

Non capita tutti i giorni di riempire un teatro da quattrocento posti, più tutte le persone in piedi o sedute per terra, a discorrere di educazione. Certo la coppia dei relatori ha il suo appeal: Alessandro D'Avenia e Giacomo Poretti, invitati da La Zolla, la scuola che quarant'anni fa a Milano alcuni genitori hanno deciso di iniziare perché anche i loro figli potessero godere della bellezza di vita che loro avevano incontrato nella fede cristiana.

Ma che ci fanno un comico di successo e un romanziere di rango a parlare di "Alleanza scuola-famiglia di fronte alle nuove sfide educative"?

Semplice, Poretti è un genitore, suo figlio è alunno de La Zolla, dove, fedeli all'origine, non si smette di riflettere sull'educazione; D'Avenia è un insegnante, molto amato dai suoi alunni (ma anche temuto, come racconterà…). Tra i due un dialogo serrato, simpatico, che non di rado strappa una risata al pubblico (si può non ridere con Giacomo?), ma per niente umoristico, anzi.

«Ai miei tempi - esordisce Poretti - l'alleanza scuola-famiglia era chiara. Se prendevo un 5, tornavo a casa e pam!, mi beccavo una sberla. Se azzardavo una timida difesa – "mah, la maestra…" - pam!, altra sberla, discorso chiuso. Un'alleanza di ferro. Adesso, un insegnante deve avere perlomeno un buon avvocato, uno psicologo e magari una guardia del corpo. E sempre più si trovano insegnanti che si sentono inadeguati al proprio lavoro. Tu ti senti mai inadeguato?».

La risposta di D'Avenia spiazza subito: «Sempre. Ogni giorno scopro di essere inadeguato. Ma è giusto. Perché i ragazzi sono diversi da come li immagino io. È il compito della realtà resistere all'immagine che noi ne abbiamo. I figli, gli alunni fanno il loro dovere. Noi li consideriamo oggetti da gestire; invece sono soggetti da servire. Per questo bisogna tener aperta la porta al fallimento: perché ci permette di recuperare il nostro posto, di riscoprire che i ragazzi non sono nostri, ci sono affidati». Legge la mail di un suo studente: "Lei è il primo che ha preso sul serio il mio desiderio". «Questo è il punto - prosegue -. Per noi i figli, gli alunni sono problemi da risolvere, da far rientrare nello schema che abbiamo già immaginato per loro. Invece ognuno di loro è un mistero, ognuno è una persona con la sua struttura, con le sue potenzialità. Non cercano un adulto infallibile, ma un adulto che sappia chiedere scusa. E che sappia guardarli per quello che sono. E quando lo incontrano, esattamente come i ragazzi delle generazioni precedenti, si entusiasmano»

«Invece gli adulti di oggi - incalza Giacomo (sintetizziamo, chi fosse interessato troverà al più presto il file con la registrazione dell'incontro sul sito della scuola) - sembrano dominati dal mito dell'eccellenza: se non hai tutti 10, se non fai tutto alla perfezione, se non sai benissimo l'inglese, eccetera, sarai un fallito, dice la mentalità corrente». 



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