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SCUOLA/ Formazione obbligatoria, tutti i nodi da sciogliere (e qualche suggerimento)

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Obbligatoria, permanente e strutturale: così dovrebbe essere la formazione secondo il comma 124 della legge 107/2015 e così viene ribadito nella recente Nota n. 35 del 7 gennaio 2016, che potrebbe introdurre interessanti prospettive. Tre indicazioni che, se saranno effettivamente attuate, renderanno la formazione in servizio degli insegnanti di ruolo molto gravosa. Formazione che sarà definita dalle scuole in coerenza con il Ptof, con il piano di miglioramento, e sulla base delle priorità indicate dal piano nazionale di formazione. In attesa del quale, molti sono i punti oscuri che andrebbero chiariti.

Quante ore? Quanti docenti coinvolti? — Innanzitutto la consistenza oraria: nulla si dice e nulla si deduce nelle pieghe della legge 107 e neppure della Nota citata. 

Dal dettato di legge parrebbe che tutti i docenti di ruolo siano vincolati alla formazione, essendo appunto obbligatoria. Ricordiamo che la formazione, diritto-dovere negli anni 70, diventata negli anni 90 solo un diritto, ritorna ad essere un dovere. Anche per questo aspetto, però, nulla si dice: e probabilmente spetterà al dirigente far rispettare l'obbligo. Con tutta la discrezionalità del caso.

Si scopre però che i fondi messi a disposizione per tale formazione dallo Stato sono solo 40 milioni di euro, non certo in grado di fornire a tutti i docenti di tutte le scuole d'Italia un corso di aggiornamento. Si incomincia a vociferare che si potrebbe procedere come per la formazione in servizio dei docenti di sostegno specializzati: gli uffici periferici del Miur, in particolare, gli Usr, erogherebbero dei corsi attraverso scuole-polo, così da coinvolgere solo alcuni docenti per scuola. Tra l'altro: i fondi si intendono per chi il corso lo tiene, non certo per chi lo frequenta!

Quali modalità di partecipazione e quali contenuti? — La legge 107 e la Nota 35 chiedono esplicitamente che siano le scuole ad individuarli, ponendo però tre vincoli cogenti: 1. il Ptof; 2. il piano di miglioramento, 3. il piano nazionale di formazione.

Se è vero che questa legge vuole esaltare l'autonomia delle scuole, è pur vero che, in qualche modo, la limita, dal momento che le istituzioni scolastiche devono muoversi all'interno del piano nazionale e — in subordine — dei loro stessi Ptof e piani di miglioramento. Il che è corretto metodologicamente, ma pone qualche criticità nella pratica.

Infatti, ciò che andrebbe scongiurato, e che invece si incomincia a leggere su alcuni siti dedicati, è la possibilità che le scuole coinvolgano nella loro formazione solo alcuni docenti. Ad esempio, quelli direttamente coinvolti nel Pdm progettato dalla scuola; oppure quelli implicati negli esiti — non positivi — dei questionari Invalsi.

Per quanto riguarda la prima ipotesi, se ad esempio una scuola avesse scelto di intervenire sull'orientamento in uscita, sarebbero coinvolti solo i docenti da sempre responsabili dell'orientamento: una piccola parte del corpo insegnante e — per di più — i soliti noti. 



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