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SCUOLA/ Ora di religione: fanalino di coda o esempio di libertà?

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco (Uffizi, 1603) (Immagine dal web)  Caravaggio, Sacrificio di Isacco (Uffizi, 1603) (Immagine dal web)

L'ora di religione cattolica all'interno delle scuole statali è stata al centro, nell'ultima settimana, di un interessante dibattito su queste colonne tra Cominelli e Lepore e tra i loro gentili commentatori. Il punto di partenza è stato una ricerca commissionata dalla Conferenza episcopale lombarda che Cominelli ha analizzato con consueta lucidità e intelligenza, giungendo ad affermare — in buona sostanza — il fallimento dell'insegnamento della religione nella scuola. Un fallimento per lui anzitutto culturale, addebitabile allo status che quest'ora riveste all'interno del sistema scolastico nazionale e alle modalità con le quali si è cercato di conservarlo con il Concordato del 1984. 

Lepore, dal canto suo, pur condividendo molte delle osservazioni del collega a livello normativo, ha voluto rilanciare il valore comunque positivo della disciplina soffermandosi sulla presenza significativa di molti docenti di religione nelle scuole di ogni ordine e grado e sui dati di frequenza tornati nell'ultimo anno ad essere più lusinghieri che in passato. La ricerca da cui il dibattito è partito parla infatti dell'87,9% di avvalentesi, con un calo medio di circa il 5% dagli inizi degli anni duemila, ma con un recupero di alcune migliaia di unità rispetto al recente passato. L'intera discussione è stata molto interessante e meritevole di ulteriori approfondimenti, ma ci terrei — da insegnante e da sacerdote nato proprio nell'anno del Concordato — a fare tre piccole sottolineature.

1. Anzitutto è bene considerare che la lamentela più diffusa in merito all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole è che esso non gode degli stessi diritti e dello stesso valore delle altre discipline. Io credo che questa osservazione sia, in un certo senso, figlia della cultura marxista che fa dipendere il valore sociale di un'esperienza, di un'appartenenza, di un fenomeno sociale, dal potere che ha. Il vero problema dell'ora di religione sembrerebbe dunque essere quello di non avere alcun vero potere all'interno della scuola. Quando un uomo non ha più niente da dire, quando una generazione di adulti è stata sconfitta dalla storia e vive rinchiusa nel mugugno (a Genova lo chiamiamo così il lamento e il pettegolezzo), incapace di essere ancora "viva" e "vitale", allora l'unica cosa che la può tenere in piedi è il potere. Molti insegnanti e molti genitori, se non avessero un qualche potere sulla vita dei loro figli — il potere di dare loro denaro, di concedere loro il motorino o il cellulare, o il potere di farli andare ad una festa o di rovinare loro la giornata con un "4" — non sarebbero seguiti o ascoltati da nessuno. È il potere di valutare, e di essere quindi dotati di uno strumento socialmente rilevante, a conferire sempre più spesso l'ultimo residuo di autorità ai nostri adulti. Senza potere la stragrande maggioranza di loro non andrebbe da nessuna parte, non sarebbe più capace di dire e di dare niente all'inquietudine che tormenta la giovinezza degli studenti. 



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COMMENTI
31/01/2016 - L'ORGANIZZAZIONE DELLA DIDATTICA E LA GURUSHIP (GIOVANNI COMINELLI)

Mi scuso con don Pichetto del ritardo. Mi era sfuggito il suo contributo. Sul quale osservo che, proprio perché la scelta dell'IRC è libera, più grave appare lo sciupio che ne viene fatto, più debole la risposta alla libertà. Una delle ragioni della debolezza dipende non dal fatto che l'IRC non ha potere, ma dall'assetto concreto dell'intera didattica. Una didattica organizzata attorno alle quattro competenze-chiave, con quattro laboratori, con personale insegnante che gira su questi, con alunni che vi accedono, rompendo la rigidità delle classi biografiche, sarebbe assai più attraente per i ragazzi. "Il sapere religioso" sarebbe un'articolazione all'interno della competenza-chiave di STORIA. Perciò, invece che rivendicare spazi per sé, gli insegnanti di religione dovrebbe battersi per il superamento dell'intero assetto didattico. Intanto, potrebbero già tentare approcci interdisciplinari, far diventare la loro materia un'avventura del sapere e perciò dell'esistenza. Così come dovrebbe esserlo ogni altra materia. Anch'io diffido dell'insegnante-guru, che rischia di attrarre a sé e non verso la realtà che sta fuori. Spesso, tuttavia, il fascino personale del docente facilita l'interesse e lo studio. Decisive sono le ragioni della sua eventuale guru-ship. Dipende dal fatto che il docente è un bravo teatrante o dal fatto che è testimone di una presenza nel mondo, che spinge i ragazzi a misurarvisi? Introduce a sé o alla realtà? Si può fare un buon uso anche della gurushi

 
19/01/2016 - Libertà e voti reali in pagella (Vincenzo Pascuzzi)

1) La conclusione «io non ne parlerei per rendere la "nostra" materia obbligatoria come le altre, ma per rendere le altre libere come la "nostra". Questa sarebbe un'interessante sfida, un'utile e prorompente provocazione» costituisce uno spunto interessante di riflessione sulla situazione della scuola. Situazione reale, concreta, fattuale e non quella rappresentata, teorica, immaginata, delle parole scritte o dette. 2) Rimane il fatto che l’IRC è sì materia libera in classe nel rapporto docente-discente, ma conserva l’anomalia del guinzaglio dei vescovi sui docenti riconfermabili ad arbitrio. Forse dFP sente meno questo vincolo facendo parte della .... “ditta”, ma lo avvertono, a volte lo soffrono, i docenti non-religiosi. 3) Le considerazioni di dFP possono essere utilmente collegate a quelle di Sergio Bianchini (Un'alternativa alla finzione del 6 "politico" – 22.11.2015) relative alla inutile e dannosa gravosità della giornata scolastica costituita di “mostruose sei ore quotidiane consecutive di lezione” e ai danni devastanti della generalizzata “finzione del 6 votato a maggioranza per garantire la promozione”. Abbiamo così una rappresentazione edulcorata, illusoria e falsa della scuola e quasi nessuno a dire che “il re è nudo". 4) Ciò perché il passaggio dalla scuola elitaria per pochi a quella di massa per tutti è avvenuto per accrescimenti empirici e spontanei sul tronco dei licei, senza una riprogettazione né verifiche di validità.

 
18/01/2016 - Esempio di libertà... ma anche fanalino di coda (Marco Lepore)

Molto interessanti e vere le considerazioni di don Federico Pichetto. Sulla questione della libertà di scelta, ha espresso quanto anch'io avevo scritto nel mio pezzo e poi cancellato per non dilungarmi eccessivamente aprendo su troppi temi. Davvero, sarebbe da rivedere tutto l'assetto della scuola italiana, in chiave di vera autonomia e libertà per tutti (e parità scolastica..) e con possibilità di scelte più flessibili da parte degli studenti al riguardo di tutte le discipline, non solo dell'IRC. Però, ad oggi, non è così! E per questo, pur comprendendone tutti i limiti, si torna sulla richiesta di obbligatorietà della disciplina e su altre richieste considerate "di retroguardia". Priviamo a confrontarci sul piano della concretezza e dell'esperienza di chi lotta quotidianamente all'interno delle condizioni attuali. Per es: come far uscire l'IRC dalle paludi in cui è relegata, essendo considerata una pura questione di coscienza (e dunque opinabile e relativa), anziché una disciplina a tutti gli effetti con una sua dignità culturale e un suo statuto epistemologico? Come rendere realisticamente attuabile insegnare i fondamenti biblici, teologici, cristologici, ecclesiologici etc in pochi minuti alla settimana?? Ridicola l'obiezione di chi afferma che questo è il vizio di tutte le materie: chiedere più ore! E' possibile far entrare il mare in un bicchiere d'acqua? Mettiamo i docenti in condizione di insegnare veramente. Grazie per il dibattito.

 
17/01/2016 - Replica sulla questione dell'autorità (Roberto Graziotto)

"Il modello "peace&love" vagheggiato da Federico Pichetto fa fuori la fatica della valutazione, del confronto vero con l'autorità, della costruzione". Quello che mi fa sorridere in questa critica è che spesso chi si esprime così non ha la più pallida idea di cosa sia "un confronto vero con l'autorità". Nella chiesa e anche nel mio amato Movimento di CL spesso si parla ad un livello di meta-linguaggio. A livello di storia reale l'unica autorità che noi spesso seguiamo è ciò che Giovanni esprime nel suo vangelo al capitolo 1 versetto 13: il sangue, la propria volontà umana troppo umana e carnale.

 
17/01/2016 - Una concezione distorta dell'autorità (FRANCA NEGRI)

UNA CONCEZIONE DISTORTA. Nel dire che la modernità sta nell'assenza della valutazione c'è una concezione distorta dell'autorità. Il modello "peace&love" vagheggiato da Pichetto fa fuori la fatica della valutazione, del confronto vero con l'autorità, della costruzione. La riduzione della valutazione a "ricatto" e "obbligo" elimina l'esperienza radicale dell'insegnamento, che è anche accompagnare l'altro nella fatica di una verifica che sappia fare i conti col dato, per farlo proprio ed eventualmente prenderne le distanze. Sottovaluta la portata della ragionevolezza della fede, escludendola dalla possibilità di dare e dire ragioni sulla realtà. Si limita ad assecondare la facilità dell'emozione, della suggestione e di una libertà che non è mai chiamata a confrontarsi con la responsabilità dell'insegnante. Responsabilità che non si gioca solo nell'andare incontro ad "un' inquietudine" ma anche nei confronti di una eredità di esperienza e di conoscenza da consegnare. Perché rinasca.

RISPOSTA:

Chi ha mai parlato di modernità o di assenza di valutazione? Le parole hanno un peso. Specie se scritte o dette in luogo pubblico. "Ricoperti di pregiudizi, vagano nelle loro tenebre cercando sicurezze nel correggere gli errori degli altri". La violenza e la malafede di questo commento raccontano molto di più di un'intero trattato di sociologia. dFP