BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ L'Europa e il "mito" delle competenze, 10 anni da archiviare

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Studiare non servirebbe, detto in altro modo, se non si intravede un corrispettivo immediato, esigibile, concreto. Di qui la complessiva implicita svalutazione — credo sia nell'esperienza di molti docenti — dei saperi riflessivi e la sopravvalutazione di quelli pratico-empirici. La scuola perde inoltre la sua storica funzione di luogo di passaggio della memoria e della tradizione, immergendosi e confondendo con i problemi del quotidiano. 

Tende a sbiadire la convinzione che gli anni trascorsi a scuola siano non solo un necessario, ma anche un utile tirocinio di esercizio intellettuale indispensabile per la conquista dei significati personali. La semplificazione indotta dai mezzi tecnologici unita a un diffuso conformismo di stili di vita e di pensiero è, a sua volta, interattivo con la riduttiva concezione del sapere che avviene nella scuola della competenza. 

La seconda conseguenza riguarda la sopravvalutazione della dimensione cognitiva del soggetto che apprende se confrontato con altri aspetti della personalità del medesimo soggetto. Siamo proprio certi che la realizzazione della capacità di una persona si manifesti soltanto in quello che è capace di fare? Negli stessi ambienti della produzione ed economici si levano robuste le voci dei protagonisti più accorti a reclamare la formazione di giovani dal profilo non solo professionalmente competente, ma anche umanamente e socialmente ricco. 

Sono ben noti i richiami, per citare un solo esempio, di James J. Heckman sull'importanza delle non cognitive skills (motivazione, tenacia, perseveranza, affidabilità, auto-disciplina) nel successo delle persone e in funzione della loro felicità e la fallacia delle misurazioni standardizzate centrate sugli aspetti cognitivi. Al punto che proprio Heckman negli scritti più recenti è addirittura arrivato a parlare della necessità che la famiglia e la scuola, se vogliono assicurare un futuro sereno ai rispettivi figli ed allievi, si premurino di forgiarne il carattere e cioè un temperamento adatto a confrontarsi con le difficoltà della vita.  

In una società immersa nei beni materiali e senza memoria, percorsa da insicurezza e instabilità, frammentata in reti sociali sempre più piccole e fragili possiamo continuare a coltivare l'illusione che sia possibile puntare nella scuola sulla sola carta della competenza? Oppure occorre aggiornare al più presto i modelli teorici di riferimento, le mappe pedagogiche, ripensare le ragioni profonde dell'educazione scolastica, sganciandola dal principio di efficienza e restituendole la sua principale funzione: quella di innalzare il livello culturale e la consapevolezza etica dei suoi allievi?

(2 - fine. Leggi qui il primo articolo)



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.