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SCUOLA/ Io, supplente "disarmato", lavoro perché si accenda una scintilla

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Pier Paolo Pasolini (Infophoto)  Pier Paolo Pasolini (Infophoto)

«Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare daccapo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione. Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere — partecipi, infervorati — e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell'indifferenza»

Pasolini ha ragione: «per fare studiare i ragazzi volentieri, "entusiasmarli", occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente», perché bisogna tenere «conto in concreto delle contraddizioni, dell'irrazionale e del puro vivente che è in noi». Può educare solo «chi vive nel cerchio continuamente mobile dello spirito, gli occhi sempre puntati sul gioco della Provvidenza».

L'amore è uno spreco, e non può essere diversamente. Infatti i generosi si spompano, ricattati come sono dall'illusione delle ricompense. Non c'è insegnamento che non sia darsi in pasto, fregarsene del ritorno. «Anche perché sono tutti capaci a innamorarsi di un lavoro che si sa quanto renda; difficile è innamorarsi gratuitamente» (Cesare Pavese).

Qui infatti comincia quell'enorme questione che si chiama libertà. Perché quando entri in classe da supplente non hai nessuna arma: né autorità da ostentare né voti da mettere né credibilità da difendere. Sei nessuno, e puoi puntare soltanto sul fascino di quel che hai da dire e che sei. Che poi è la drammatica incarnazione dei due criteri con cui vorrei si valutassero gli insegnanti: 1. non vede l'ora che arrivi il lunedì o non vede l'ora che arrivi il sabato? 2. è in grado di farsi ascoltare da 25 ragazzi un sabato sera senza il ricatto del registro e dei voti e dell'autorità? Eccolo avverato, ecco che vai in classe nudo: la prima volta e ancor di più la seconda, quando lo stupore precedente è sfumato come zucchero a velo. E giochi ad alzare il tiro, come se potessi tirar fuori infiniti colpi dal cilindro, e colpi di tacco senza botte sugli stinchi: come se «si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora». Tu che appunto vuoi «costruire», come canta Niccolò Fabi, sai che alla lunga così non può funzionare, e giustamente ti lamenti di essere mandato come un agnello in mezzo ai lupi, e magari a chi esagera metti pure una nota. Poi torni a casa e c'è tua figlia che, anche lei, senza alcuna ragione, non ti dà retta: e cosa fai, le metti la nota? 

Ricominciare, ricominciare sempre. È «il potere dei senza potere», quello che non si fonda sulla titolarità di cattedra o sull'istituzione scuola: si fonda solo su di te. Te la giochi su quanto è più bello Dante rispetto al non fare niente, e stavolta non ci sono punti di vantaggio, non ci sono facce rispettose solo per finta: nessun filtro, al diavolo le ipocrisie svelate a ogni fine dell'anno, quando i ragazzi che fingevano un interesse finalmente stappano l'odio.



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