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SCUOLA/ Io, supplente "disarmato", lavoro perché si accenda una scintilla

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Pier Paolo Pasolini (Infophoto)  Pier Paolo Pasolini (Infophoto)

Ora lo scopri in diretta, non devi più aspettare giugno perché il cuore si mostri limpido come il volto. Te lo dicono in faccia, "non mi va", "chi ti conosce?", "chi crede di essere?", "oggi non è cosa". O nemmeno alzano lo sguardo, nemmeno si girano verso di te. E quanti insulti che ti prendi, secchi secchi, tu che ti ostini a far sentire Mozart a orecchie abituate a Lorenzo Fragola. 

Ma te la giochi, finalmente te la giochi. E lo vedi bene tutto quello che manca. Forse, supplendo supplendo, lo vedi più di tutti, quando pensi che sulla libertà pura, in effetti, non si può «costruire». Troppo fragile. Perché quell'"è passata un'ora e mi sono dimenticata di andare in bagno!" andrebbe sostenuto. È una misera scintilla, su cui soffierà tutto il mondo, già fra un secondo, ora dopo ora: ci vorrebbe un occhio che la noti, un muro che la ripari, delle ossa non rassegnate al solito gelo. Dai quasi ragione al grande inquisitore di Dostoevskij, che spiegava a Gesù che loro erano riusciti a fare di più per il cristianesimo di quanto avesse fatto Lui, fallito proprio per quanto ingenuamente aveva puntato sulla libertà. Quasi quasi te ne vai pure tu appresso alla musa ispiratrice di tutti gli insegnanti, la tata Lucia, quando gracchia che «ci vogliono delle regole!». Tutto giusto: rispetto dei ruoli, continuità didattica, fine della supplentite, orario stabilito. La scuola deve essere una scuola, certo. Ma la scuola non è più la scuola, facciamocene una ragione. Chi cerca di evitare il crollo e pontifica su quel che dovrebbe essere forse non si è reso conto che la scuola è già un Bataclan, un arco di Palmira, un cadavere col respiratore ancora attaccato.

È anche vero che, come diceva la volpe al piccolo principe, «se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... ci vogliono i riti». Non si può uscire da una classe con un generico "ci vediamo", come un saluto di fine estate: bisogna sapere quando ci si vede. Perché è vero che a tua figlia non metti una nota, ma è anche vero che tua figlia è sicura che ti rivede, che c'è una casa. Ma quanti ne hai, davanti a te, che non si fidano neanche dei genitori? C'è da rifare la scuola, son da rifare le case, siamo in un tempo in cui c'è da rifare tutto, e forse non lo rifaremo. Ma abbaiare alla luna non è mai servito, e tutte le difese istituzionali non fanno che coprire il problema: che ora invece è scoperto, incandescente. Perché ricostruiremo sulle uniche fondamenta del fascino, che nessuno ti garantisce, e della libertà di dar retta a quel fascino, che nessuno ti garantisce. 



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