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SCUOLA/ Io, supplente "disarmato", lavoro perché si accenda una scintilla

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Pier Paolo Pasolini (Infophoto)  Pier Paolo Pasolini (Infophoto)

Noi non sappiamo se un giorno vedremo rinascere la scuola e la cultura e il liceo classico e le famiglie; oppure, più probabilmente, se le vedremo afflosciarsi ancora. Certo, noi saremo lì, perché «nel restare / dentro l'inferno con marmorea / volontà di capirlo, è da cercare / la salvezza. Una società / designata a perdersi è fatale / che si perda: una persona mai» (Pier Paolo Pasolini). Saremo lì, mentre tanti costruiscono castelli di sabbia o si lagnano della roccia che fu, a ricominciare in mezzo alle macerie, facendoci casa di quattro macerie. Saremo lì, in piena «selva oscura», fra molto più di tre fiere e troppe lampadine inutili, sparate sugli occhi di quei ragazzi, per non farteli vedere: saremo lì senza illuderci che la selva non sia oscura, ma offrendoci a quell'unico fra tanti abbagliati, quando ci sarà, che ci sussurrerà un «miserere di me». E lo dirà magari non nella continuità di un rapporto triennale, ma in quello spazio irripetibile — effimero ed eterno — della tua unica ora di supplenza.



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