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SCUOLA/ Io, supplente "disarmato", lavoro perché si accenda una scintilla

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Pier Paolo Pasolini (Infophoto)  Pier Paolo Pasolini (Infophoto)

"Io sono supplenza". Sì, "io non sono leggenda": da due mesi nun famo artro che supplì. Didatticamente assurdo, umanamente avventuroso. Non sai a che ora entri e non sai a che ora esci: è di troppo avere un orario, è di troppo avere una classe, è di troppo sapere il giorno prima cosa devi fare il giorno dopo, ed è di troppo anche saperlo il giorno stesso. È di troppo anche avere uno stipendio, che intanto non arriva da settembre. Tendenzialmente non servi: per pura pietà promettono di inventarsi dei corsi qualsiasi in cui deportare qualche malcapitato alunno pur di tenerti occupato. Mentre «il mobbing» – Checco Zalone docet – «come mi rilassa!». Sei di troppo per gli alunni, con cui devi litigare almeno venti minuti all'inizio di ogni ora, perché non riescono proprio a credere che pretendi veramente di fare lezione, quasi sbarcassi da Marte e solo tu non fossi a conoscenza dell'inveterata usanza di rubare lo stipendio facendosi i fatti propri e beatamente ignorandoli mentre loro copiano sgranocchiano amoreggiano. 

Poi succede che reciti La sera del dì di festa e qualcuno si commuova fino alle lacrime. O che un'insegnante ti venga a cercare per dirti che è entrata nelle sue classi e li ha trovati colpiti, e vuole sapere chi sei tu, che sei riuscito a colpirli. Oppure una mattina trovi la scuola okkupata: inizia un dialogo surreale con gli okkupanti, dall'altra parte delle sbarre, che ti sfottono con un "lei cosa crede di cambiare con le sue supplenze?". E a quel punto l'aiuto insperato ti arriva da un pluriripetente incappucciato steso sul cancello, che d'un tratto riemerge e fulmina l'amico in barese stretto: "lo sai cosa cambia quello? che quando è venuto in classe mia non volevo più alzarmi dalla sedia". 

Cos'è questa mezza frase rispetto a tutti i problemi della scuola? Che peso ha la lettera di una ragazza che ti ringrazia di «mettere luce in questi giorni di scuola, che ai nostri occhi sono sempre tutti uguali»? Qualcosa di impalpabile, e quasi di invisibile. Non sposterà di un millimetro il dibattito pubblico né le riforme né tutta la baracca, e nemmeno la sua classe. Ma è l'unica cosa che conta: perché l'unica cosa che conta è quando si accende una scintilla. Solo da qui potrebbe ricominciare tutto (o potrebbe anche non ricominciare, ma è certo che da nessun altro punto potrebbe ricominciare): dalla scintilla per cui ti viene voglia di alzarti la mattina, per cui inizi ad amare quel posto altrimenti insopportabile. "E mo' chi glielo dice?" mi bisbigliano sulle scale dopo una quinta ora. "A chi?" chiedo. "Agli altri professori. Loro la classe così in silenzio non l'hanno mai vista. Non ci crederebbero nemmeno". Torni a casa senza un'unghia di orgoglio. Perché la mattina dopo, lo sai, devi ricominciare da zero. 



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