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SCUOLA/ Ora di religione, quando il "libro di testo" è l'umanità degli studenti

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Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)

In questo sta, in fondo, la sostanza della scuola: "trasmettere alle nuove generazioni la ricchezza accumulata da un popolo, affinché ogni suo nuovo membro non debba rifare tutto il percorso da capo" (Julián Carrón). In questo cammino si scoprono dei grandi compagni di viaggio, degli amici veri, si capisce di essere parte di un'immensa compagnia umana e non ci si sente perdutamente soli.

E allora si comincia da Guccini, perché a me quando arriva la notizia di una giovane che muore in quel modo, viene subito in mente "Canzone per un'amica", poi Leopardi, Pavese, Ungaretti, Kafka e tanti altri; e l'arte, Van Gogh e le sue lettere; e la grande musica di Chopin e poi ancora Platone e la sua ipotesi di una rivelazione divina. Arrivando al testo biblico, Abramo, la sua ricerca di senso e il suo cammino di fede, gli scritti sapienziali, che sono molto apprezzati dai ragazzi per la loro radicalità, i profeti e la prefigurazione dell'avvenimento di Cristo. Infine Gesù, la Misericordia di Dio fatta carne, per loro, per me, per liberarci da questo "laccio" mortale; e la Chiesa che lo rende presente oggi, ancora, per noi. E cercare quindi testimonianze e tracce dell'Eterno nel presente, per avere una speranza fondata che non si finisca tutti nel nulla.

Non so se da tutto questo emerge lo statuto "epistemologico e didattico-educativo" dell'Irc che qualcuno esige e se sia sufficiente a giustificare l'esistenza di questa materia nella scuola italiana e il mio stipendio. Non so neanche in che percentuale i miei studenti rammenteranno quanto studiato sull'origine della Bibbia o sui dogmi cattolici e sulla storia della Chiesa. A me sembra solo, per come vedo i miei ragazzi impegnarsi, chi più chi meno certo, con quello che propongo loro e per i risultati valutati, che questa disciplina, se parte dalla loro umanità e non dall'astratta ripetizione di una dottrina incrostata, sia non solo un punto di incontro con la "tradizione" intesa in senso vivo, ma anche una seria possibilità di verifica personale di quella tradizione come punto di paragone del proprio cuore. 

I miei alunni potranno anche non ricordare nel tempo quando e dove è stato scritto il vangelo di Giovanni, pazienza; ma non ne dimenticheranno facilmente l'undicesimo capitolo letto in questi giorni di tristezza e domanda, se hanno intravisto in esso una speranza per la vita.



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