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SCUOLA/ Ora di religione, quando il "libro di testo" è l'umanità degli studenti

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Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Foto dal web)

Caro direttore,
recentemente una ragazza di 16 anni della mia città è morta in un incidente stradale mentre cercava, con l'amata sorella gemella ed alcuni amici, di vivere il più intensamente possibile la sua giovanissima esistenza. Data la sua notorietà tra i coetanei della zona, pur non essendo una studentessa della scuola presso cui insegno, il contraccolpo della sua morte sui miei studenti, soprattutto i più grandi, è stato potente e solo da poco accenna a scemare. Comunque questa morte sembra aver lasciato un segno sui volti dei ragazzi, una traccia, magari tenue ma reale — per molti, la prima — della serietà necessaria ad affrontare la vita; quella lealtà con le nostre esigenze più profonde che, anche per noi adulti, nasce e riparte continuamente in un momento preciso, a causa di un fatto che si è messo di traverso, a volte violentemente, allo scorrere spesso inconsapevole dei giorni.

E subito, già dalla prima ora di lezione dopo aver appreso del fatto, entrando in aula, di fronte ai quei volti insolitamente silenziosi e manifestamente desiderosi di un perché, ho avuto ancora una volta la coscienza chiarissima del senso della mia presenza nella scuola come insegnante di religione: sostenere quei cuori nella loro domanda, coltivare (cultura?) quel germoglio di umanità, "curare le rose" che Qualcuno mi ha affidato per la mia felicità, in tutti i modi e con tutti gli strumenti utili; ed assumere la responsabilità di proporre loro ciò che mi dà speranza nella vita. 

Il primo di questi "strumenti" sono io stesso. Perché se tentassi di ripararmi dall'onda d'urto del fatto; se non facessi per primo i conti con quell'iniziale senso di sgomento che ti prende quando sai di una bellissima ragazza di 16 anni che potrebbe essere una di loro lì davanti o tua figlia; se non mi coinvolgessi come essere-con-loro-nel-mondo che verifica la propria fede al cospetto della realtà, fiducioso che un motivo per vivere e morire c'è ma consapevole anche che non può rimanere scritto sui libri e può, e deve, diventare per me e per loro carne, presenza, a che servirebbe veramente insegnare non questa materia, ma qualunque altra?

E poi, sempre insieme, aiutarci a (ri)scoprire che non siamo soli in questa ricerca, che tutti gli uomini prima di loro e accanto a loro — proprio in quello che studiano addirittura — si sono cimentati con queste domande e continuano a farlo; e rendersi conto, usando al massimo la ragione quindi, che malgrado la differenza delle risposte — che pure va indagata per non tralasciare niente, nessuna possibilità, perché il gioco è serio — c'è una costante nell'uomo che consiste nella capacità di trascendere l'esistente invocando l'infinito ("Chiuso tra cose mortali…perché bramo Dio?"); e in questo consiste la statura e la natura specifica dell'umano che il genio di tutti i tempi ha saputo cogliere. 



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