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SCUOLA/ Il segreto per educare una generazione di "orfani"

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Tutti noi siamo diventati grandi perché qualcuno ci ha guardato e ci ha voluto bene prima che ce lo meritassimo; perché il suo sguardo diceva: "Io mi compiaccio non di quello che sei, ma perché ci sei". Questo è il segreto dell'educazione. Ma per avere questo sentimento nei confronti dei figli bisogna averlo per sé: o lo vivi o non lo vivi, non te lo puoi inventare. Perché un figlio ci sfida, ci mette alla prova? Perché ha assolutamente bisogno di sapere se suo padre e sua madre hanno ragioni sufficienti per essere felici. L'equivoco più grande è mettere la nostra felicità nei figli, nel successo dei figli: così li soffochiamo, mettiamo sulle loro spalle un peso che non possono portare, li schiaccia. I nostri figli hanno diritto a un padre e a una madre che hanno una ragione di felicità più grande di loro, dei loro sì e dei loro no, dei loro successi e dei loro insuccessi. Per questo ci mettono alla prova: perché hanno bisogno di sapere che noi reggiamo».

Si va verso la conclusione, emerge l'ultima questione: in tutto questo, come aiutarsi fra scuola e famiglia? Ancora una volta, Nembrini spiazza: «C'è un modo di concepire l'alleanza educativa che è terribile: identificare il valore del figlio con il voto. È terribile, e universalmente diffuso: stimiamo i nostri figli unicamente in funzione dei risultati scolastici. E a quelli sacrifichiamo tutto il resto. Se li misuriamo col metro del successo scolastico — e poi, crescendo, del successo economico, per cui vanno bene solo le scuole che portano a professioni di successo — li abbiamo già ammazzati. Perché abbiamo soffocato il desiderio di bene che li fa uomini. Mentre è il contrario, come in tutte le cose della vita: solo la felicità permette di vivere bene. Solo se aiutiamo i nostri figli a essere contenti, se li sosteniamo con uno sguardo buono, se vedono che noi abbiamo una speranza grande, grande abbastanza da reggere anche la fatica dello studio, allora possono anche mettersi a studiare. Allora tutta la ragion d'essere di una scuola come La Zolla, e di tante scuole come questa, è esattamente sostenersi nel guardare gli alunni e i figli come abbiamo detto stasera. Allora il titolare della proposta educativa, che è il gestore col suo corpo docente, deve condurre sistematicamente un dibattito serratissimo con le famiglie, per aiutarsi e correggersi nell'individuare e perseguire tutte le conseguenze, culturali, pedagogiche, eccetera, di quel che abbiamo detto. Il valore di scuole così è esattamente questo: che usano gli strumenti che hanno — le materie, i voti (perché sono strumenti, non scopo) — per coltivare la libertà degli allievi e per vivere l'educazione come misericordia. E perché scuole così vivano, perché i nostri figli possano frequentare scuole così, vale la pena fare qualunque sacrificio, vale la pena spendere la vita». C'è da lavorare per tutti.



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COMMENTI
30/01/2016 - EDUCARE GLI ADULTI PER EDUCARE I RAGAZZI (GIOVANNI COMINELLI)

Per quel che vale, dovendo sintetizzare l'esperienza che faccio come formatore di docenti nella scuola pubblica statale, la questione dell'educazione è, in realtà, la questione della consistenza degli adulti. "Educare" gli adulti per educare i ragazzi. Se un insegnante ama il mondo, la vita, la storia degli uomini, anche i ragazzi lo vedono e possono seguirlo liberamente. Non c'è bisogno di seminari di filosofia politica o di educazione civica. Il che rinvia alla qualità della società civile e, dunque, alla qualità umana delle persone che loro incontrano. Se i ragazzi non sono educati, non è colpa delle leggi, delle istituzioni, della politica, della pessima organizzazione didattica attuale della scuola. Semmai alla politica si deve chiedere di mettere gli insegnanti nella migliore condizione e libertà per educare. Gli insegnanti dovrebbero chiedere di essere liberati dalle pastoie, che impediscono loro di educare ogni ragazzo. Questo è il senso di ogni riforma e di ogni “lotta” per ottenerla. Un senso non corporativo.