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SCUOLA/ Dante e Melville? Un hamburger da "flippare"

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La classe può essere "flippata" anche all'interno della stessa ora di lezione: l'insegnante entra, dà un prompt, uno stimolo, e fa lavorare gli studenti. La giustificazione scientifica è che i ragazzi di oggi non sono capaci di mantenere l'attenzione oltre i primi dieci minuti di lezione. In quei dieci minuti, quindi, si decide il successo della lezione. Se si riescono a fornire tutte le istruzioni in quel lasso di tempo, lo studente avrà successo nel realizzare l'obiettivo che gli è stato prefissato, altrimenti l'insegnante è destinato a fallire. 

Ammetto che non ho mai trovato abbastanza buona volontà per leggermi la sterminata letteratura scientifica che è stata prodotta negli ultimi anni su questi argomenti. Forse, oltre che la buona volontà, è mancato anche l'interesse. Le volte che sono stato esposto a queste teorie è stato durante i numerosi professional developments a cui, come insegnanti, siamo tenuti ad andare e che, la maggior parte delle volte, hanno come contenuto l'integrazione della tecnologia nella didattica. La cosa che salta all'occhio è che molto spesso gli speakers di queste conferenze a cui partecipano centinaia di professori non sono insegnanti. Sono esperti di informatica o accademici dei vari College of Education. L'esito è un elenco di app e software che "semplificano il lavoro dell'insegnante" e di fronte al quale l'insegnante medio realizza immediatamente che non ha tempo da dedicare allo sviluppo delle sue care lezioni con quelle tecnologie; oppure teorie cognitive così astratte o complesse che faticano a connettersi con il ragazzo concreto che il giorno dopo l'insegnante incontra in classe. 

E allora? Grazie al cielo, passata la retorica del marketing di amministrazioni e genitori e i proclami trionfalistici di informatici e accademici, la vita quotidiana, day in day out, degli insegnanti e dei loro studenti è molto più semplice, e molto più legata a quel sostantivo — scuola — che ha la sostanza e il sapore del sapere, non dell'acqua di cocco. 

(3 - continua)

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COMMENTI
12/01/2016 - Insegnare e imparare (loredana colombo)

Concordo pienamente con il prof. Maggioni, vorrei solo aggiungere un’osservazione. Anch’io ho frequentato innumerevoli professional developments, nella ridente città di Gallarate in cui insegno da trent’anni, ma evidentemente sono stata più fortunata del prof. De Simoni. I corsi di aggiornamento sulle nuove tecnologie, tenuti da docenti-formatori interessanti e motivati (si veda ad es. www.docentiweb.varese.istruzione.it ) per me sono stati un’occasione per incontrare nuovi metodi e nuovi strumenti per affrontare, con la passione di sempre, il lavoro che amo. Senza scendere troppo nello specifico, gli accenni alla flipped classroom sono riduttivi e approssimativi (per rendersene conto basterebbe leggere i primi due o tre articoli che compaiono da una banalissima ricerca su Google…). Io ho utilizzato questo approccio, integrandolo con altri metodi ed adattandolo in base alla mia esperienza e alla classe. L’ho trovato utile, soprattutto in quanto permette momenti in cui seguire personalmente alcuni ragazzi ed altri in cui si lavoro fianco a fianco, come in una “bottega artigiana” condividendo i tentativi degli studenti e facendo esperienza con loro. Certo non è la soluzione di tutti i problemi, ci mancherebbe altro… Ma perché non guardare con curiosità e simpatia tutto quello che di nuovo ci offre il mondo? …”Faceva l'insegnate, e a buon diritto, si può dire, perché passava tutto il tempo ad imparare..." (Kerouac, On the road)

RISPOSTA:

Cara professoressa Colombo, di curiosità e simpatia si è costretti a impararne tanta per sopravvivere nel contesto della scuola americana. Non ero a conoscenza che l’idea della classe ‘flippata’ fosse popolare anche in Italia. Io ne sono venuto a conoscenza per la prima volta in America, dove mi è stato proposto come la panacea di tutti i mali, che avrebbe finalmente risolto la mancanza di attenzione ed interesse degli studenti. La mia ironica ‘invettiva’, quindi, non è contro l’innovazione didattica o nuove tecniche pedagogiche di per sé, ma contro la totale mancanza, nella proposta di tali innovazioni, di una presa di posizione su che cosa la scuola sia, e quindi una totale lontananza dall’esperienza quotidiana con gli alunni in classe. Sono convinto che in Italia, per la grande tradizione scolastica che abbiamo, tale mancanza di contenuti sia di molto arginata dalla passione e volontà di proposta di docenti come lei. Qui in America, spesso, incontra invece il vuoto e, quindi, una adesione incondizionata. Che ci possa essere un dialogo, quindi, che nasca dal confronto tra questi due mondi, mi creda, così diversi, è l’intenzione con cui ho scritto questo articolo. ADS

 
12/01/2016 - FLIPPED WHAT (MARIO MAGGIONI)

Resto basito: che un PhD student commenti una tecnica didattica (a qs. proposito è totalmente irrilevante che la approvi o che la disapprovi) è certo lecito; ma che dica che "non ha trovato la volontà (o l'interesse) di leggersi la sterminata letteratura sull'argomento" e che per giudicare si affidi alla sua esposizione "a queste teorie [...] durante i numerosi professional development" (a cui è stato) "tenuto ad andare" mi sembra davvero un esempio di cattiva ricerca, forse di debolezza, o di faciloneria intellettuale. Ritengo infatti che l’onestà intellettuale richieda di percorrere lealmente una delle due strade: - la prima (scientifica) richiede, prima di formulare giudizi motivati, di leggersi la letteratura scientifica rilevante sull’argomento (se è sterminata, si utilizzano alcune rassegne, per fare una prima cernita, e poi si leggono almeno 5 o 6 papers, per non dire 10!). - la seconda (esperienziale) richiede di verificare seriamente l’oggetto di analisi nella propria esperienza (in questo caso educativa) provando ad applicare il metodo in oggetto per verificare (possibilmente con classi e/o su argomenti diversi) vantaggi e limiti dello stesso. Evidentemente è possibile (anzi auspicabile) un buon mix delle due strade (qui separate solo per chiarezza espositiva). Entrambe le strade costano fatica perché solo la superficialità è “a buon mercato”. Se la scienza ci educa ad un rapporto leale con la realtà, nell’articolo di De Simoni non ho visto né l'una né l'altra

RISPOSTA:

Caro professor Maggioni, la ringrazio per i preziosi suggerimenti che risulteranno molto utili nel mio percorso di studi attuale. Mi permetta solo di farle notare che il mio articolo non ha nessuna pretesa scientifica, ma vuole proporre spunti di riflessione nati da questi anni passati ad insegnare in America. L’affermazione che nel mio articolo ha suscitato in Lei una così grave reazione (per la quale mi scuso), vuole essere una onesta ammissione dei limiti delle mie osservazioni. Le prenda per quelle che sono, ma non pretenda da esse quello che esse stesse dichiarano di non essere. Il tono ironico delle stesse intende rappresentare la frustrazione che ho visto in me e nei miei colleghi di fronte ai citati professional development. Se avrà la pazienza di leggere la serie di articoli fino alla fine, troverà un tentativo di valorizzare esperienze educative che ho vissuto in questo strano contesto americano, percorrendo quella strada esperienziale che lei indica come richiesta dall’onestà intellettuale. Credo fermamente che il giudizio di un’esperienza educativa sia alla portata di tutti gli insegnanti che si pongono delle domande sul loro mestiere, e lo amano, anche se la mancanza di tempo e quella (colpevole fin che si vuole) di volontà impedisce loro di costruirsi un profilo accademico. ADS