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SCUOLA/ Valutare i presidi? Anche la Buona Scuola ha fallito

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Matteo Renzi e Stefania Giannini (Infophoto)  Matteo Renzi e Stefania Giannini (Infophoto)

Purtroppo neppure la legge 107/2015 (cosiddetta Buona Scuola, commi 93 e 94 — che pure non è riuscita ad offrire una visione complessiva di quale futura scuola si voglia in Italia), ribadendo il modello legislativo del 2001, ha assunto scelte di una chiara direzione per la valutazione, pur senza togliere valore al timido tentativo di introdurre nelle scuole almeno "l'idea" di valutare anche la professione docente. Si tratta di una legge che, nonostante i proclami e le dichiarazioni sindacali, non valorizza in alcun modo la dirigenza scolastica (tranne l'unica novità, anche questa vincolata, di poter decidere un "premio" economico ai docenti, solo dopo, però, che i docenti hanno stabilito i criteri con cui farlo!). 

Sostenere che le ricerche internazionali più serie (come Disal ha sempre sostenuto) mostrano il contributo decisivo di buoni dirigenti scolastici ai buoni risultati delle scuole non basta per stabilire l'avvio della valutazione di questa professione statale al di fuori di una valutazione complessiva delle scuole e delle prestazioni dei docenti e dei funzionari dell'amministrazione centrale e periferica.

Una letterale lettura dei criteri generali ai quali dovrà attenersi la valutazione dei presidi secondo la legge 107/15, collega questa ai risultati previsti dal Rav (il Rapporto di autovalutazione steso a dicembre dalle scuole) e quindi anche ai risultati didattici degli alunni, risultati che ovviamente solo in modo molto indiretto possono essere ricondotti all'azione direttiva.

Se non si attua un coerente quadro di un complessivo Snv per tutta la realtà scolastica e per tutti i professionisti della scuola, si rischia di fare dei dirigenti scolastici non i protagonisti del processo di riforma, ma i capri espiatori delle disfunzioni e degli insuccessi. La tristissima vicenda di Livio Bearzi, giudicato da un tribunale solo colpevole, in tutta l'Aquila, delle vittime di un crollo, sembra radicalizzare la solitudine giuridica e tecnica di questa professione, sola a rispondere delle disfunzioni di un sistema dove i sindacati ripetono che "nessuno mi può giudicare", dove gli enti locali sono assenti e dove il posto di dirigente è ritenuto così importante da legge e contratti da non prevederne neppure la piena sostituzione in caso di assenza. 

La scuola italiana ha urgente bisogno di ritrovarsi comunità, autonoma e libera, che risponda al proprio territorio (non ad un anonimo apparato), guidata da persone alle quali è detto con chiarezza chi la deve governare, riconosciute adeguatamente nella loro professione, organicamente inserite in una trama di libere relazioni che permettano loro di riscoprire quel senso di appartenenza, di servizio, di sacrificio oggi invece mortificati da un apparato che li tratta da funzionari.



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