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SCUOLA/ La "buona" formazione? Non è un concorso a premi

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Quando la mia maestra delle elementari insegnava a una classe di 42 ragazzini ed era rispettata da tutti i genitori del paese ciò non accadeva in conseguenza della circostanza che ella era, indubbiamente, severa e preparata, ma perché le si riconosceva una leadership nei confronti della educazione dei figli e, inoltre, le si riconosceva il fatto che possedeva, per strumenti e conoscenze, il quid in più ritenuto, dalla famiglia, fondamentale per il successo e la crescita, dei propri figli. Quanti docenti, oggi, riconoscono alla loro "vocazione" professionale questo importantissimo ruolo sociale? Sono consapevoli che la scuola, insieme alla famiglia e alle altre agenzie del territorio, è la comunità che forma l'uomo che diventa, automaticamente in quanto persona, cittadino? E sarà forse un "obbligo" a poter determinare questo miracolo? Indubbiamente, che si "ri-punti" sulla necessità della formazione e non la si lasci al libero — troppo spesso — arbitrio, piuttosto che esercizio di libertà, cui fino ad oggi è stata relegata; e che il ministero abbia deciso di investire ben 40 milioni di euro all'impresa, servirà certamente a "ricentrare" il problema di rendere la formazione veramente leva strategica per elevare/implementare le competenze che postula la professione dell'insegnare. 

Ma serve ancora qualche sforzo non da poco. Innanzitutto occorre uscire dall'ambiguità delle iniziative formative proposte a livello centrale, fondata sulla modalità del "concorso a premi". Non è più ipotizzabile indicare dall'alto le priorità formative, rappresentarle alle scuole attraverso azioni di candidatura per avere accesso ai finanziamenti e non garantire loro, dopo che collegi e gruppi di lavoro si sono impegnati a realizzare percorsi progettuali, una valutazione in base alla qualità del percorso progettato, certezza di finanziamenti e tempi congrui per la loro realizzazione. Perché la formazione, servizio a tutti gli effetti, deve contemperarsi con le altre ineludibili necessità della vita della scuola: la partecipazione agli organi collegiali, la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti, la realizzazione delle progettualità dedicate, la relazione con le famiglie e solo per fare qualche esempio. E certamente chi scrive ha contezza che la vita di una comunità complessa e unica come quella scolastica non può considerare il tempo del lavoro concepito come la sovrapposizione dell'orario di lezione e quello di "servizio" dei docenti. Insomma, le aggettivazioni "strutturale" e "permanente" devono essere concepite come unicum rispetto all'obbligatorietà, devono essere percepite dal professionista dell'insegnamento (ma anche dal personale tutto di supporto alla vita di ogni scuola) come opportunità e non come dovere fine a se stesso.

Perché sono vere due cose, che fanno del medico un bravo medico: osservare il malato, la sua persona, e dedurre, dall'osservazione dei sintomi e dal dialogo con lui, la malattia da curare e, poi, possedere le migliori strumentazioni per rendere efficace la cura. Ebbene, nel paragone non peregrino, l'osservazione, lo studio, la ricerca, l'approfondimento, la condivisione tra pari, il ricorso a chi è più esperto, dovranno ricostituirsi, essere "riscoperti" come gli elementi essenziali della professione del "docere". 



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