BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ La "buona" formazione? Non è un concorso a premi

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Infophoto  Infophoto

La legge 107/2015 ("Buona Scuola") l'ha definita obbligatoria, permanente, strutturale come dovrebbe essere ogni formazione che si rispetti e non solo quella del personale docente della scuola.

A cosa serve "formarsi" se non avere a cuore, dare forma, senza soluzione di continuità, all'habitus professionale caratteristico di un "mestiere"? 

Esercitare un "mestiere" (dal latino ministerium) — come quello dell'insegnare — vuol dire proprio avere le cognizioni necessarie per svolgere una determinata attività, ma anche possedere l'esperienza pratica di un lavoro e della sua tecnica, significa rimettersi in discussione, re-imparare ciò che si "pensava" di possedere. Dal cuoco al pittore, salta all'occhio quanto "la pratica", l'esercizio continuo e il mettersi alla prova, condividendo esperienze e assumendo nuove conoscenze, sia necessario anche per chi "prepara cervelli" e "dipinge anime".

Orbene, che la formazione sia una "leva strategica" fondamentale "per lo sviluppo professionale del personale della scuola e per il necessario sostegno agli obiettivi di cambiamento e per una efficace politica di sviluppo delle risorse umane" (legge 107) non è una novità culturale, perché le scritture contrattuali vigenti sono molto chiare in tal senso, tanto da dedicare alla formazione un capitolo specifico, il Capo sesto del Contratto Scuola, declinando una serie di articoli che vanno dalla "Formazione in servizio" (art. 63 CCNL scuola), alla "Fruizione del diritto alla formazione" (art. 64), ai livelli di attività che competono all'amministrazione centrale e/o alle scuole singole, o consorziate o in rete tra loro (art. 65), fino a disciplinare i soggetti qualificati, enti e associazioni professionali, che offrono formazione, debitamente accreditati (art. 67) e prevedere, come necessarie, specifiche azioni formative da destinare non solo al personale neo-immesso in ruolo (formazione in ingresso, art. 68) ma anche al personale che opera in scuole situate in aree a rischio o a forte processo immigratorio o frequentate da nomadi (art. 69) o a coloro che operano in ambienti di apprendimento particolari (art. 70). Il contratto, all'articolo 66, già prevede che si elabori il Piano annuale delle istituzioni scolastiche in merito alle attività di aggiornamento e formazione destinate ai docenti e deliberate in seno al collegio docenti, coerentemente con gli obiettivi e i tempi del Pof (oggi Pof triennale) così come, analogamente, il Dsga predispone il piano di formazione del personale Ata. Dov'è allora la novità prevista nella legge della Buona Scuola? Indubbiamente il fatto che si esca dall'ambiguità, che il contratto vigente non risolve, tra formazione come diritto "per il personale in quanto funzionale alla piena realizzazione e allo sviluppo delle proprie professionalità" e la sua configurazione come dovere, rendendo la formazione stessa obbligatoria, permanente, strutturale. 

Ma, ci domandiamo, può un obbligo tout court rendere efficace una dinamica consustanziale all'esercizio di una professione di elevata responsabilità come è quella esercitata "nella" scuola? Certamente no, se prima e innanzitutto la comunità scolastica non riprende coscienza che, per essere "viva", deve riappropriarsi della consapevolezza di un ruolo strutturale che esercita nella costruzione del tessuto sociale di un Paese, il nostro. 



  PAG. SUCC. >