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SCUOLA/ Docenti, l'Ocse svela i nodi irrisolti della "Buona Scuola"

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E' infatti soprattutto grazie ai rapporti degli organismi internazionali che abbiamo cominciato a sapere qualcosa di più sul nostro sistema scolastico, altrimenti brancoleremmo ancora nel buio. Ma forse possedere la forza dei dati fa molta paura perché costringe ad assumersi finalmente delle responsabilità e ad essere poi coerenti, e credo che sulla coerenza nelle scelte del nostro ministero non serva spendere nemmeno una parola. 

Per quanto riguarda il corpo docente siamo il paese, su 37 analizzati, con la minor percentuale di docenti sotto i 30 anni (il rapporto tra percentuali con la media Ocse è di circa un quindicesimo e con la media Ue22 di circa un dodicesimo) e con la maggior percentuale di docenti ultra cinquantenni (circa il 40% del totale). Con questa distribuzione d'età, con una diminuzione dei salari del 7% (nel 2014 il salario di un insegnante con 15 anni di esperienza rappresentava solo il 93% del suo valore nel 2000) e con una distribuzione di genere assolutamente non equilibrata si invoca nel rapporto Ocse  un rinnovamento della scuola italiana a partire dai nuovi concorsi svoltisi nel 2016, anche tenendo conto dell'apprezzamento per la professione insegnante da parte dei giovani italiani, forse attratti dalla contemporanea carenza di posti di lavoro in altri settori produttivi. A parte le difficoltà emerse per le nuove immissioni in ruolo dei docenti tramite concorso, di cui forse i ricercatori Ocse non sono pienamente a conoscenza, quello che in realtà sembra più attraente, oltre al posto fisso, è anche la possibilità di uno stile di vita più libero da impegni legati a un orario di lavoro definito e con la possibilità di gestire in modo "creativo" la propria attività professionale. Questo modello di insegnante, che in parte corrisponde alla realtà, è però in crisi in vari paesi industrializzati, stante la forte spinta alla burocratizzazione e alla rendicontazione delle proprie attività professionali. Se però si toglie da una parte, in termini di libertà di gestione della propria vita professionale e privata, si dovrebbe, ad esempio, dare in qualche modo da un'altra, in termini di retribuzioni, ed è normale che qui si inneschino le tensioni e le resistenze con la categoria dei docenti che, in questa fase di applicazione delle riforme, si vedono privare dell'ultima grande rendita di cui avevano potuto godere. Non basterà allora l'immissione di pochi giovani a far digerire complessivamente il carico di impegno obbligatorio richiesto alla categoria dopo anni di laissez-faire.

Gli investimenti in programmi educativi che coinvolgano studenti con necessità didattiche diverse riguardano vari categorie: immigrati, studenti lavoratori, Neet, adulti, studenti che cercano un'istruzione terziaria non necessariamente universitaria. In Italia abbiamo assistito in questi anni al fallimento della riforma universitaria del 3+2 in cui la laurea triennale non ha assolutamente dato impulso a una formazione maggiormente allineata con le esigenze del mondo produttivo. 



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