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SCUOLA/ Il vero problema dei compiti a casa? L'"eclissi" dei docenti

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Tuttavia il problema rimane aperto, e non sanato, perché non vi è stata alcuna riflessione a priori nel soggetto (anzi, nei soggetti, perché a tutti i gradi di scolarizzazione i docenti sono sempre plurimi) che dei compiti a casa è il promotore. E' a questo livello che il problema andrebbe affrontato, e non come fattore isolato, ma come elemento di una riflessione pedagogica e didattica globale. Un aspetto che mi ha sempre molto colpito, nel corso della nomale attività collegiale e in particolare in taluni colleghi, è sempre stata la capacità di ricondurre, e non artificiosamente, aspetti particolari della pratica didattica ad una concezione unitaria, se presente, o alla rilevazione della sua assenza. Quest'ultimo caso è di solito quello a cui imputare la maggior parte dei "disastri" rilevati, si tratti di casi singoli o di classi o addirittura corsi di studio nella loro totalità.  

Il fattore pertanto prioritario nell'affrontare la question dei compiti a casa è una riflessione didattico-disciplinare, che può, anzi, deve innanzitutto essere svolta a partire da una molteplicità di fattori, come l'età dei discenti, gli obiettivi formativi (quali competenze, quali conoscenze) individuati, le metodologie predisposte e i tempi della programmazione, personale e di classe, e con un criterio di uniformità didattica, riassumibile in un semplice motto: tale il lavoro in classe, tale il compito a casa.

I mal di pancia, reali e non simbolici, di studenti e genitori nascono invece proprio da una difformità fra quanto fatto in classe e quanto assegnato a casa; anche qui, tuttavia, la situazione è complessa. La progressiva perdita della capacità di attenzione dei discenti, a partire dalla fascia di età più precoce e non corretta dal sistema scuola nella crescita, fa sì che il modello didattico che la lezione propone come esperienza in atto non venga assimilato dal discente per cui, anche in presenza di un "compito" similare, questi non sia in grado di "capirlo". E mancando al genitore l'esperienza della classe, se non come ricordo della sua, normalmente diversa in modi non percepibili a chi nella scuola non ha visto passare tutte le generazioni fra quel figlio e quel padre o madre, il genitore non sa come procedere, e ricorre a strategie compensative, se intelligente (telefona alla cugina, chiama in causa un altro figlio, o chiede l'intervento di un docente, soprattutto se magari è ancora al lavoro quando il figlio ha bisogno), o dispensative, se è arrogante, come il padre di cui sopra, o all'ultima spiaggia, come la cui di sopra madre.

Ma se al discente fosse reso impossibile subire l'imprinting positivo del suo maestro/docente, perché di tale imprinting non vi fosse traccia? E se il docente scegliesse esercizi ed attività da assegnare a casa che propongono modalità mai viste in classe? Ahimè, la difformità può essere grave e portare attività del tutto avulse da un qualsiasi riferimento ad una tassonomia degli obbiettivi cognitivi che, a qualunque livello di apprendimento, possono e devono spaziare da ricordare a creare.

 

 



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COMMENTI
17/10/2016 - tempo pieno o settimana corta? (Giuliana Zanello)

Certamente sto semplificando, comunque mi domando se le otto ore di cui si parla, oggettivamente terribili per un bambino delle elementari, siano frutto di tempo pieno o di settimana corta. In molte scuole, infatti, è accaduto questo: cinque giorni inzeppati di ore curricolari per chiudere il sabato. E' chiaro che in queste condizioni non si può chiedere a un bambino di fare anche i compiti a casa, ma è anche chiaro che a scuola manca il tempo (per non parlare delle strutture) per abituare a quel poco di lavoro individuale che è necessario per imparare qualunque cosa. Non ho dati in proposito, ma mi domando se esistano ancora scuole con il vero tempo pieno (nel quale c'è spazio per i compiti individuali) o se questa lusinghiera definizione non copra ovunque la settimana corta, diffusasi un po' per moda, molto per soccorrere a costo zero le necessità delle famiglie.

RISPOSTA:

Non credo che sia opportuno valutare le intenzioni che possono soggiacere alla scelta della eventuale settimana corta nella scuola elementare in quanto non utile ad una disamina approfondita della questione compiti si/no. Anche qui sarebbe invece essenziale riflettere sul modello didattico, ad es., come suggerito, ripensando ad una scuola che, se deve essere full time, deve perseguire la personalizzazione dei percorsi, ivi compreso il momento della "sedimentazione" di quanto sperimentato. La dimensione della scuola secondaria, soprattutto quella di secondo grado, necessita di una riflessione specifica. SB