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SCUOLA/ Alternanza, i buoni numeri non bastano

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Stefania Giannini, ministro dell'Istruzione (LaPresse)  Stefania Giannini, ministro dell'Istruzione (LaPresse)

I dati presentati ieri dal ministro Giannini del rapporto di monitoraggio delle attività di alternanza scuola-lavoro realizzate nell'anno scolastico 2015/2016, primo anno di applicazione della legge 107/2015 (Buona Scuola) confermano quanto era prevedibile: con l'introduzione di un obbligo normativo tutte le scuole hanno attivato progetti di alternanza. Infatti, rispetto all'anno scolastico 2014/2015, è aumentato del 139% il numero di studenti in alternanza, del 154% il numero di percorsi attivati e di quasi il 70% quello delle scuole coinvolte. A subire un vero e proprio boom il numero dei liceali: da 12.371 nell'anno scolastico 2014/15 a oltre 227.000 nel corso del 2015/2016.  

Così come è aumentato il numero delle strutture ospitanti: 150.000 strutture ospitanti (+41% rispetto allo scorso anno). 

Possiamo dire che le scuole hanno risposto al compito assegnato dalla norma. Quello che il monitoraggio ancora non rileva è la durata dei 29.437 percorsi che hanno coinvolto i giovani quest'anno e la tipologia delle azioni realizzate. Questo dato sarebbe stato indicativo della qualità dei progetti attivati e del tipo di progettualità attivata per la loro realizzazione.

In tal senso, il monitoraggio rileva che l'adempimento è stato correttamente eseguito (il 96% delle scuole ha realizzato azioni di alternanza) ma non misura l'effettivo valore dei progetti formativi, consegnando un dato quantitativo che poco dice ancora sulle modalità di applicazione di questa metodologia didattica che si sostiene con un finanziamento stabile alle scuole di 100 milioni annui, a cui si dovrebbe aggiungere la novità prevista dalla legge di stabilità che consente alle imprese che hanno accolto studenti in alternanza di assumerli con una decontribuzione triennale.

Il monitoraggio avrebbe potuto rappresentare l'occasione per smentire (o confermare) la tesi di quanti ancora osteggiano l'alternanza ritenendo che alcuni stage abbiano davvero molto poco di formativo.

Inoltre, sarebbe stato interessante capire quanti di questi stage siano stati attivati nel periodo estivo per rispondere alla polemica di chi ritiene che spesso le aziende utilizzano in maniera impropria l'alternanza per dotarsi di vera e propria manodopera, così come le scuole tendono ad aggiungere l'alternanza oltre il monte ore scolastico, invece di utilizzare l'alternanza quale modalità alternativa alle lezioni frontali per il raggiungimento degli obiettivi curricolari.

Il fatto che il 36% delle attività di alternanza si sono svolte presso imprese, se denota una buona disponibilità del tessuto produttivo all'accoglienza in alternanza, dall'altra parte dovrebbe essere valorizzato anche nei suoi aspetti qualitativi. Così come il ministero sta raccogliendo le migliori esperienze di attuazione del "Piano nazionale scuola digitale", così sarebbe utile raccogliere, modellizzare e diffondere le best practice dell'alternanza scuola-lavoro, anche con una progettualità pluriennale.

Certo, che i "Campioni dell'alternanza" presentati dal ministro fossero grandi imprese era anche prevedibile, in quanto diverse di loro hanno già maturato una pluriennale esperienza in tal senso (ad es. Bosch, Enel, Fiat, ecc.). E' auspicabile che in futuro siano valorizzate anche le esperienze delle piccole e medie imprese che, pur accogliendo singolarmente un numero di studenti inferiore, rappresentano tuttavia il tessuto imprenditoriale più diffuso nel Paese e possono maggiormente far evolvere una cultura territoriale di alleanza tra azienda e scuola.



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COMMENTI
19/10/2016 - Pedagogia legislativa diseducativa (Franco Labella)

A proposito del dibattito sulla "velocità" nell'approvare le leggi vorrei suggerire una riflessione che parte proprio dalla veloce L.107/15 (la scuola alla buona, copyright non mio) che ha partorito l'ASL. Come ha già ben scritto Zappa qui: http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2016/9/9/SCUOLA-Alternanza-attenti-alla-fregatura-del-lavoro-virtuale/print/722481/ e come in qualche misura sembra confermare il titolo ma anche il contenuto dell'articolo di Gotti siamo di fronte alla italica arte di arrangiarsi col virtuale e col Monopoli. Arrangiarsi perchè l'obbligo di legge è statuito e nessuno si arrischia a provare a far risaltare gli oggettivi limiti ad una applicazione coerente (quanta scuola, quanto lavoro o almeno approssimazione reale ad un ambiente vero?). Qual è il messaggio che passerà? Che le leggi si fanno velocemente e basta anche se poi, nella realtà, si ricorre a trucchetti per non violarle. Insomma pedagogia legislativa assolutamente diseducativa. Fatta la legge trovate voi il trucchetto ecchisenefrega degli studenti... tanto ai videogiochi sono abituati già di loro. Ora cambiamo solo l'habitat: li facciamo giocare all'ONU magari... Perchè c'è anche questo nell'"offerta formativa".

 
19/10/2016 - Dati quantitativi, dati qualitativi e dettagli (Franco Labella)

Siamo al secondo anno di applicazione e sarebbe stato strano verificare che le scuole avessero trovato modo di non rispettare un obbligo normativo. Nonostante questo c'è un 4% di scuole che non ha realizzato percorsi. Ma come si sottolinea già nell'articolo i dati quantitativi non dicono nulla se poi non si analizzano realmente i risultati. E' chiaro che gli esiti non possono che essere diversi per Tecnici e Professionali da un lato e Licei dall'altro. In questi ultimi qual è la percentuale di percorsi reali di alternanza scuola lavoro?Perchè le imprese simulate, la simulazione in generale è un espediente privo di efficacia. Serve solo per non scrivere e confessare che una "riforma" non si fa con gli annunci e le slides e che la realtà di un ambito di lavoro reale non può essere sostituito con i videogiochi. Anche quest'anno ci sarà molta fantasia al lavoro. Quanto questo giovi realmente agli studenti è tutto da verificare. Fino alla prossima protesta studentesca di cui si scriverà che gli studenti protestano senza sapere quello di cui parlano...