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SCUOLA/ Il grande tradimento di non chiamare più le cose per nome

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Le parole in inglese, che il dirigente pronuncia un poco storpiandole, sono altisonanti: team buildingco-workingcooperative learning,team project, tanto project, sempre project, troppo project. I più giovani, quelli appena arrivati, ci guardano sorridendo: ecco, sembrano dire, adesso tocca anche a voi, il supplizio che ci hanno rovesciato addosso nel Tfa o per la preparazione al concorso adesso ve lo prendete anche voi, prima o poi doveva arrivare. 

Loro sanno già di cosa si tratta, quelli più antichi come me sono perplessi. Alcuni dicono una cosa che sento dire da quando sto qui: solita fuffa, ne ho viste passare di storie, non mi fregano più, lasciaglielo dire. Tanto poi saremo lì sulla riva e vedremo passare il cadavere anche di queste stronzate. Quelli apparentemente più coscienziosi, invece, cominciano a mettersi in discussione: oh mamma, non ho più l'età, come faccio a imparare anche queste cose? Ma lasciateci vivere in pace questo pezzo di Fornero che ancora ci rimane.

Lo spettacolo è triste, tanto se lo guardi da un lato, quanto se lo guardi dall'altro. E sembra che la guerra sia tra un progresso arrembante e vincente che vive dentro le parole di una circolare che guarda al futuro, che spinge, che muove e una classe di lavoratori stanchi, svogliati, incapaci di essere interpreti del nuovo. Tanto è vero, appunto, che qualcuno già si scusa, mette avanti le mani. Si può invece pensare, per una volta? Può un collegio docenti essere quello che dovrebbe essere, un luogo di elaborazione culturale, di pensiero, di visione educativa? Si può entrare nel merito, giudicare, scegliere? Le parole d'ordine sembrano essere indiscutibili; anzi, se qualcuno, ad esempio un vecchio professore come me che non vuole essere cinico come alcuni, né rassegnato come altri, né furbo come tanti altri ancora, sostiene che il tale progetto non sia una proposta educativa valida, si può sentire dire che si vogliono alzare steccati, che si costruiscono muri, che non si dà l'opportunità a chi lo vuole di crescere. 

Sembra insomma di stare al parlamento, con qualcuno che, dice il premier,  rema nella direzione sbagliata solo perché sta contro di lui, contro i project e il loro lessico nuovo. Ma qualcuno pensa alla lezione di domani? Qualcuno sa cosa entrare in classe a fare mercoledì? Sa come rendere affascinante un'ora di italiano o di scienze nei prossimi giorni? Qualcuno si chiede come Giovanni, Andrea e Riccardo potranno prendere appunti guardando il film?  



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COMMENTI
05/10/2016 - parole (roberto castenetto)

Se non ci sono più evidenze, anche le parole sono puri nomi, flatus vocis. Ho sperimentato sulla mia pelle, a scuola, la farsa scatenatasi sulla parola (sono spesso termini inglesi) gender. Proibito parlarne, addirittura pronunciarla. Il gender non esiste, "parola" di ministro e quindi a cascata di direttori regionali, dirigenti e colleghi. Ora siamo passati all'italiano. Compaiono progetti denominati ad esempio "Questioni di genere". Questo si può dire. "Parola" di ministro, ecc. Quindi si può fare. E se obbietti che gender non si poteva, ti dicono che questa è altra cosa e non devi far perdere tempo. Insomma nomina non sunt res, da tanto tempo. Che fare? Con i colleghi le speranze di intesa sono poche. Si spera di poter insegnare ai giovani che le parole non sono solo convenzioni, che l'etimologia aiuta a capire, che bisogna rendersi conto del significato delle parole e delle cose, ecc. Insomma il lavoro quotidiano che ognuno cerca di fare, per ridare valore a quello che è diventato un flatus vocis dispotico. Che poi, se non usi la parola giusta, ti cacciano dal Grande Fratello.