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SCUOLA/ Il grande tradimento di non chiamare più le cose per nome

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Io credo che molti dei miei colleghi, qui, stanno pensando a questo lavoro, e stanno pensando che le parole d'ordine vogliono addirittura distoglierci da quello che conta davvero. E' possibile giungere fino a questo punto, fino a pensare che l'istituzione stia operando una sorta di rivoluzione rinominando i gesti e i modi della scuola per far morire la sostanza vera, irrinunciabile della scuola? Naturalmente non si tratta soltanto di un rinominare in inglese le cose, non è solo una traduzione, è un tradimento: il tradimento di un compito quotidiano che dovrebbe essere messo a tema proprio in un luogo come questo, di un compito che qualcuno porta avanti in una programmazione attenta a tutto e a tutti. Ma non si chiama project, e forse basterebbe chiamarlo così perché il dirigente fosse in grado di vederlo. Ecco cosa fa il lessico disonesto: fa distogliere lo sguardo, anzi l'offusca completamente, rende totalmente incapaci di vedere. Quindi di pensare, giudicare, capire. Quello che c'è, quello che dobbiamo chiamare per nome. Che è tanto, che non è vecchio, che non alza steccati: guardo il mio collega di lettere alzarsi dalla sedia appena finito il collegio e gli altri intorno a lui. Butto la testa in mezzo al cerchio magico. Domani lui leggerà il libro di narrativa, che anche gli altri cinque colleghi hanno scelto con lui, a tutti gli alunni di tutte le terze: 120 ragazzi con teste occupate da milioni di cose che però in quell'ora lì stanno seduti per terra e ascoltano un libro. Non per comprendere il libro, ma perché il libro è capace di comprendere loro, di parlare con loro e di loro, attraverso la voce di un professore senza Lim, senza microfono, senza tablet, senza armi, ma senza paura di credere ancora che la scuola è dare un nome alle cose, magari prendendo in prestito i nomi da un altro che li ha dati prima di noi, ma che li ha trovati guardando le cose. Sapendo che il primato della realtà è l'unica certezza di potere costruire davvero un mondo diverso, di immaginare un copione diverso dentro il quale non ripetere soltanto le parole d'ordine che una qualsiasi istituzione vuole trasmettere. C'è competenza più grande?



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COMMENTI
05/10/2016 - parole (roberto castenetto)

Se non ci sono più evidenze, anche le parole sono puri nomi, flatus vocis. Ho sperimentato sulla mia pelle, a scuola, la farsa scatenatasi sulla parola (sono spesso termini inglesi) gender. Proibito parlarne, addirittura pronunciarla. Il gender non esiste, "parola" di ministro e quindi a cascata di direttori regionali, dirigenti e colleghi. Ora siamo passati all'italiano. Compaiono progetti denominati ad esempio "Questioni di genere". Questo si può dire. "Parola" di ministro, ecc. Quindi si può fare. E se obbietti che gender non si poteva, ti dicono che questa è altra cosa e non devi far perdere tempo. Insomma nomina non sunt res, da tanto tempo. Che fare? Con i colleghi le speranze di intesa sono poche. Si spera di poter insegnare ai giovani che le parole non sono solo convenzioni, che l'etimologia aiuta a capire, che bisogna rendersi conto del significato delle parole e delle cose, ecc. Insomma il lavoro quotidiano che ognuno cerca di fare, per ridare valore a quello che è diventato un flatus vocis dispotico. Che poi, se non usi la parola giusta, ti cacciano dal Grande Fratello.