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SCUOLA/ (nuovo) esame di stato, per cambiarlo davvero si tolga il valore legale

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In ogni caso la scuola riformata dal ministro Gelmini e rimessa in assetto dalla legge 107/2015 (ora bisognosa di deleghe attuative), lascia aperta tutta la questione: come forse è giusto che sia.

Se una verifica proposta in classe dal professore non pretende di andare a testare tutto quello che è avvenuto nell'ora di lezione, perché non può testare (sarebbe una contraddizione in termini) l'eccedenza di significato che quell'ora di lavoro ha portato, credo che occorra tener presente, analogamente, che l'esame non può rendere ragione esaurientemente del percorso di crescita di una persona che, entrata nella scuola dell'infanzia a pochi anni di vita, ne esce dopo circa 15 giuridicamente responsabile delle sue proprie scelte. Il valore dunque della scuola, anche della scuola superiore, non sta tutto e solo nella capacità di superare brillantemente un esame.

Naturalmente è sempre in agguato il ricatto morale: invece di proporre un iter scolastico che si ritiene adeguato si addestra lo studente a rispondere (in modo più elegante si dice che lo si "prepara") alle prove di maturità. Così quello che dovrebbe essere conseguenza (una personalità matura sa far fronte, grazie anche alle conoscenze e competenze acquisite, all'esame) diventa lo scopo primario. Su questo le famiglie, ma più in generale la società, hanno una forte responsabilità, perché il clima sociale di competizione senza limiti invece che di solidarietà umana (come il sociologo Bauman ha non molti mesi fa richiamato in un'intervista riportata da un quotidiano italiano) nella nostra convivenza sociale disgregata sembra imporre un primato del saper fare, una necessità di primeggiare in cui la competenza diventa l'unica misura. Peccato che, scambiando le conseguenze con lo scopo, il corto circuito che consegue crei disastri umani.

Ancora una volta riecheggia il monito di Eliot: "…sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono", cerchiamo un esame così perfetto che permetta di porre tra parentesi la fatica e la responsabilità del divenire adulti.

Dunque, in definitiva, di quale esame abbiamo bisogno nella nostra scuola italiana? Non lo so, ma non credo che, dal punto di vista educativo, sia questo il problema principale: in ogni caso, se, come credo, la formula dell'esame perfetto non esiste, sarebbe forse meglio non legare a questa tappa necessaria il peso, che invece finora ha mantenuto, del cosiddetto "valore legale", tanto più che comunque le università si organizzano, nell'accogliere i candidati alle varie facoltà, spesso prescindendo, o tenendone conto solo in parte, dall'esito numerico dell'esame di licenza superiore. È ovvio che dalla scuola, e poi dall'università, deve uscire un giovane che sia in grado di rispondere a quanto il mondo adulto del lavoro richiede: ma certamente un ragazzo che non si è ridotto a competenze, ma ha mantenuto desto il desiderio di conoscere sarà più curioso, più abile anche nel problem solving. 



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COMMENTI
01/11/2016 - D'accordo sul valore legale, ma il resto? (Gabriella Villa)

Io non capisco. Mi devo scusare della mia poca perspicacia, ma non capisco come mai non sia possibile coniugare sapere e competenze. Chi scrive sa che l'universo scolastico non è fatto solo di licei? Nei tecnici e nei professionali, ma ancora di più negli IeFP bisogna coniugare sapere e competenze perché non è il liceo, con lo sbocco universitario, l’unica possibilità di sviluppo personale e sociale di uno studente che frequenta oggi la scuola italiana. E a ben guardare, forse, la nostra società ha bisogno di recuperare le competenze “tecniche” e “professionali” che dovrebbero essere lo “scaffolding” l’intelaiatura di sostegno di un Paese che vive una crisi economica e valoriale senza eguali. L’assenza di riconoscimento di questo valore, che è il valore del lavoro in senso stretto, non ci aiuterà a riprendere la via di uno sviluppo possibile.

 
01/11/2016 - Cosa libera l'abolizione del valore legale (Franco Labella)

Condivido tono e sostanza di tre pagine dense di riflessioni significative. Poi, però, spunta una frase, quasi un inciso, che propone di risolvere tutto con l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Sarà un mio limite ma non riesco a capire cosa liberebbe, quale energia nascosta si possa sprigionare dall'abolizione. A quel punto, soprattutto in presenza di una commissione tutta interna, che senso avrebbe l'esame stesso?