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SCUOLA/ Ora di religione, quella libertà che continua a inquietare i laici

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Tutti quelli che hanno a cuore l'educazione delle nostre giovani generazioni dovrebbero desiderare un'effettiva libertà educativa piuttosto che un suo progressivo restringimento o il mantenimento dello status quo. Ci si dovrebbe allora interessare di più della sfida posta dalla maggior parte di quel 12,2 per cento di non avvalentesi e delle loro famiglie che scelgono il nulla, piuttosto che augurarsi la scomparsa dell'IrC.

Sicuramente, non è più ammissibile questa situazione di "lassismo scolastico privo di ogni valore formativo", come scrive Matteo Righetto nel suo pungente e interessante articolo su Il Foglio ("Leggere la Bibbia in classe salverà l'ora di religione e la nostra identità", 5 novembre 2016). Righetto, a dirla tutta, usa l'espressione "lassismo scolastico" anche riferita all'ora di religione che non considera una disciplina vera e propria ma solo, spero più come espediente retorico per un incipit ad effetto, come una mostruosa fucina di deficienti. Tutta la questione che ruota attorno all'IrC è vista da Righetto come qualcosa di orrendo e pericoloso, come Ortro, il cane bicefalo di mitologica memoria. La soluzione proposta dallo scrittore ed insegnante, novello Eracle, non è nuova e consiste nel tramutare l'IrC in ora di lettura ed esegesi della Bibbia rendendola "obbligatoria e curriculare". Mi astengo dal commentare diffusamente questa soluzione proposta da Righetto, come pure mi limito solo a ricordare, en passant, che l'IrC è già una disciplina curriculare (perché è inserita nelle finalità stesse della scuola tanto che lo Stato è tenuta ad "assicurarla") e non è confessionale (perché tutti possono frequentarla, a prescindere dal loro credo religioso). 

Sulla proposta in sé, che ha una dignità culturale non trascurabile che meriterebbe più spazio, metto solo in evidenza due rilievi critici. Il primo è la richiesta dell'obbligatorietà. Fa proprio tanta paura un insegnamento che può essere scelto liberamente? Perché? Il secondo, correlato al primo, è che una delle fissazioni del pensiero laico è quella di far diventare la dimensione religiosa "ancella" di altro, strumento degli interessi umani pratici, anche se di nobile fattura, piuttosto che riconoscere la sua specifica e autonoma dimensione nel campo dell'esperienza umana. 

In realtà, dispiace dirlo, queste proposte sono tipiche di un'idea presente in quella parte del mondo laico che non ha mai voluto fare seriamente i conti non solo con la presenza dell'IrC nella scuola, ma con l'esperienza religiosa ebraico-cristiana stessa che non può essere ridotta a semplice, seppure importante, fattore di ispirazione letteraria. Nel 1984 il cardinal Martini, che certo non può essere considerato un fondamentalista, scriveva a proposito della presenza dell'IrC nella scuola statale italiana: "Le altre materie trattano degli oggetti loro propri e fanno emergere l'esigenza di considerare il problema della libertà e della coscienza. L'insegnamento della religione accoglie questa esigenza e mette a tema il rapporto della coscienza e della libertà con i fini ultimi. Non è quindi adeguandosi alle altre materie, ma, al contrario, differenziandosi da esse, pur in un costante dialogo, che l'insegnamento della religione aiuta la scuola a raggiungere le sue finalità". 



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