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SCUOLA/ Ora di religione, quella libertà che continua a inquietare i laici

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In questa prospettiva la Chiesa italiana lavora da anni e se Righetto leggesse le Indicazioni nazionali (i "programmi") dell'IrC, potrebbe rendersi conto che quello che chiede — ovvero lo studio del testo biblico — dell'IrC è già parte rilevante. Certo, e qui concordo con Righetto nella denuncia di apertura del suo articolo, non sempre le Indicazioni sono seguite bene e sistematicamente nella pratica di molti insegnanti di religione, spesso più inclini all'intrattenimento psicologico, etico o catechistico. Ma di questo la Chiesa è cosciente, tanto che Martini aggiungeva nello stesso documento che essa "deve impegnarsi a svolgere nel miglior modo possibile questo compito che le è stato affidato" e che "in questo campo molto resta ancora da fare". Del resto, siamo certi che solo l'IrC versa in questa crisi di risultati? I dati Invalsi e i rapporti Pisa registrano una realtà ben diversa, mi sembra. 

Comunque, soprattutto nel commovente riferimento ai grandi e amati scrittori debitori in qualche modo alla Bibbia, nell'articolo di Righetto, ancor più forse che in quello di Mancino, emerge chiaramente la consapevolezza della crisi culturale in cui versa la scuola italiana da decenni e trapela una profonda esigenza di serietà. Il fatto che la causa del malessere venga individuata nella presenza dell'IrC è ovviamente una distorsione culturale che ha quasi dell'umoristico e della cui origine abbiamo accennato, ma rimane per noi tutti una questione aperta: qual è ultimamente lo scopo della scuola e come tutte le discipline esistenti possono contribuire al suo perseguimento pur conservando la propria identità? 

Nessuno può eludere la portata del quesito che esige almeno di essere continuamente richiamato. Perché, come scrive François Xavier Bellamy chiudendo il suo bel saggio dal titolo I diseredati, "urge riconciliarsi con il significato stesso dell'educazione per far vivere in ognuno la cultura, per mezzo della quale l'uomo diventa umano, la libertà effettiva e un futuro comune possibile". Ovvero, per dirla con lo stesso Righetto, per "far ripartire un risveglio identitario della nostra società".

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