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SCUOLA/ Promuovere l'"amore alla lettura" o il desiderio di conoscere?

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Cesare Pavese (1906-1950) (LaPresse)  Cesare Pavese (1906-1950) (LaPresse)

Capita, prima o poi, nella vita dell'insegnante di lettere, che qualcuno gli dica che la scuola non favorisce l'amore alla lettura. "Il verbo leggere non sopporta l'imperativo", si ripete, rubando a Pennac il celebre incipit del suo Come un romanzo. Ma "se una notte d'inverno un viaggiatore" varcasse con coraggio quelle prime parole ed entrasse realmente nel mondo che esse spalancano, forse ne uscirebbe più pieno di domande che di rigide certezze, e (forse) anche un po' più benevolo verso la scuola e i professori. 

Confesso di non avere come prima preoccupazione, nel mio lavoro, quella di promuovere l'amore alla lettura. 

Al termine del suo romanzo, in Se una notte d'inverno un viaggiatore Italo Calvino fa dire, ad un lettore giunto in aiuto a chi cerca un romanzo nella grande biblioteca cui è approdato, che "Il guaio è che una volta cominciavano tutti così, i romanzi. C'era qualcuno che passava per una strada solitaria e vedeva qualcosa che colpiva la sua attenzione, qualcosa che sembrava nascondere un mistero, o una premonizione; allora chiedeva spiegazioni e gli raccontavano una lunga storia…".

A quale bisogno risponde una storia, e perché dunque val la pena "durar la fatica" di leggere? È la curiosità che si accende di fronte a qualcosa che per qualche motivo si percepisce diverso, recante come un invito. "Quale storia laggiù attende la fine?" 

Se dunque di un movimento di curiosità e di una disponibilità all'apertura all'altro si tratta, l'amore alla lettura prende le pieghe di una questione ben più profonda che la semplice familiarità con un oggetto che in fondo sfugge ad ogni definizione. 

Quando entro in classe ogni mattina non ho come prima preoccupazione quella di promuovere amore alla lettura, ma di suscitare e accendere il desiderio profondo di conoscenza, di spalancare. "C'è un ostacolo al leggere — ed è sempre lo stesso, in ogni campo della vita: — la troppa sicurezza di sé, la mancanza di umiltà, il rifiuto ad accogliere l'altro, il diverso" dice Pavese in un bellissimo articolo pubblicato nel 1945 su L'Unità: "Accade coi libri come con le persone. Vanno presi sul serio. […] In questo l'uomo che fra i libri non vive, e per aprirli deve fare uno sforzo, ha un capitale di umiltà, d'inconsapevole forza — la sola che valga — che gli permette d'accostarsi alle parole col rispetto e con l'ansia con cui ci si accosta a una persona prediletta. E questo vale molto più che la 'cultura', è anzi la vera cultura. Bisogno di comprendere gli altri, carità verso gli altri, ch'è poi l'unico modo di comprendere e amare se stessi: la cultura comincia di qui. I libri non sono gli uomini, sono mezzi per giungere a loro; chi li ama e non ama gli uomini, è un fatuo o un dannato". 



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