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SCUOLA/ Riproporre Dante e Manzoni non ci mette dalla parte dei "buoni"

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Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)  Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)

Del resto, chi aveva occhi per vedere lo aveva già visto due secoli fa. Alla fine del Settecento infatti fu scoperto un ragazzino che era cresciuto da solo in una boscaglia del sud della Francia: non era il "buon selvaggio" profetizzato da Rousseau, uomo perfetto; al contrario, "si agitava instancabilmente e senza scopo, mordendo e graffiando tutti coloro che lo contrariavano, indifferente a tutto, e a nulla prestando attenzione. Aveva dei sensi ma non sapeva usarli; i suoi occhi non sapevano guardare; le sue orecchie non sapevano ascoltare; l'odorato era così rozzo che riceveva con altrettanta indifferenza i profumi più soavi e gli odori più ributtanti; insomma, tutti i suoi sensi, o distratti, o insensibili, vagavano incessantemente da un oggetto all'altro senza sosta". Perché — prosegue Bellamy — "fra tutti gli esseri viventi, l'uomo si distingue perché ha bisogno dell'altro per realizzare la propria natura. Solo, non sono ancora niente di quello che potrei essere; senza gli altri, non diventerò mai me stesso. Come dimostra l'esempio di Victor, all'uomo abbandonato manca addirittura la coscienza di sé stesso. Questa miseria radicale è la prerogativa della nostra natura". La lingua — ricevuta da altri, inevitabilmente "imposta" — non è, come vorrebbero i rivoluzionari, una prigione; al contrario, "serve una lingua per pensare, un linguaggio con le sue regole, i suoi limiti e il suo lessico comune e imperfetto. Serve una lingua per obbligarci a esplicitare, anche per la nostra stessa coscienza, le nostre sensazioni e le nostre intuizioni. Abbiamo bisogno della lingua non solo per comunicare, ma anche per vivere la nostra vita interiore". Allora, trasmettere una lingua e una cultura — lo spazio è tiranno, lascio al lettore le pagine strepitose in cui Bellamy spiega perché è giusto trasmettere una lingua e una cultura — è la condizione imprescindibile perché un uomo diventi un uomo.

Una lettura da sottoscrivere parola per parola. Perché allora parlo di un possibile equivoco? Lo dico con un celebre aforisma di Chesterton: "Ogni errore è una verità impazzita". Cartesio sbaglia a buttare a mare tutta la tradizione che lo precede; ma il fatto che quella tradizione fosse morta, non fosse più in grado di dire una parola significativa sulla vita, è vero. Rousseau è terrificante, anche più di quanto Bellamy osservi, perché afferma apertamente che lo spontaneismo è finto, è un trucco per impadronirsi della volontà dell'alunno nella maniera più perfetta ("Non v'è soggezione tanto perfetta quanto quella che conserva l'apparenza della libertà", lo scrive lui nell'Emilio); però l'esigenza che pone, che la cultura incontri la domanda del ragazzo, è sacrosanta: "Nulla è incredibile come una risposta a una domanda che non si pone" è affermazione di un'evidenza solare. E quando Bourdieu mette la scuola nella lista delle istituzioni oppressive di "un sistema militare, ospedaliero e carcerario" dice il vero, la scuola di Stato davvero nasce con lo scopo di irreggimentare la società. 



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