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SCUOLA/ Riproporre Dante e Manzoni non ci mette dalla parte dei "buoni"

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Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)  Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)

Il rischio possibile dopo aver letto Bellamy, allora, è di sentirci dalla parte dei "buoni", di quelli che siccome continuano a proporre Omero e Dante sono ipso facto nel giusto. Il problema vero invece non è se trasmettere un'eredità culturale, ma come la trasmettiamo. L'introduzione all'edizione italiana mette a fuoco perfettamente la questione: "La vitalità e la forza della tradizione passata non sono l'esito di un passaggio automatico, come se si trattasse di travasare il contenuto di un recipiente in un altro; al contrario, come osservato da Giussani, il passato conserva la sua freschezza e vitalità solo se 'è presentato dentro un vissuto presente che ne sottolinei la corrispondenza con le esigenze ultime del cuore'".

Perché Cartesio, Rousseau, Bourdieu, tanti nostri studenti, si ribellano contro la tradizione? Perché non hanno incontrato un maestro per cui quella tradizione è realmente sorgente di vita. Qual è la mia responsabilità di insegnante, oggi? Riscoprire ogni giorno "la vitalità e la freschezza" di quel che la tradizione mi ha consegnato, la pertinenza di Omero e di Dante alle domande mie e dei miei studenti, oggi. Solo così possiamo ricominciare a trasmettere, possiamo ricominciare ad accompagnare i nostri ragazzi nel cammino che li può portare dallo stato tribale a quello umano.



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