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SCUOLA/ La competenza dei docenti? Non strategie, ma esperienze

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Michelangelo, Adamo (Giudizio Universale, 1535-41)  Michelangelo, Adamo (Giudizio Universale, 1535-41)

Tuttavia, se l'occasione si giocasse semplicemente al livello di un aumento di conoscenze — certamente preziose — o di un'erogazione di strumenti e strategie si tratterebbe di un corso di aggiornamento come gli altri. La Bottega è qualcosa di più: è un luogo dove tutto si tiene assieme, una provocazione che ci implica nel cuore del nostro essere persone e dunque del nostro insegnare. Se non accettiamo questa sfida, nessun approfondimento di contenuti e nessuna strategia didattica farà di noi un insegnante (e tantomeno un insegnante "migliore").

Questa intuizione si è confermata nel corso delle assemblee plenarie, e soprattutto nella Bottega della domenica mattina, durante la quale la sfida dell'educare insegnando è diventata chiave di lettura del nostro lavoro. Gian Paolo Terravecchia, docente di filosofia presso il Convitto Nazionale "Paolo Diacono" di Cividale del Friuli (Udine), condividendo la concretezza e creatività del suo "lavoro sul campo", in particolare sulla competenza dell'argomentare, ci ha aiutati ad aprire la domanda sulle dimensioni e le dinamiche dell'insegnare filosofia, dalla classe alle gare di debate cui partecipa da anni, Romanae Disputationescomprese.

E ci ha condotto anche a far fuori un'altra contrapposizione, che periodicamente riaffiora nei dibattiti della scuola: nella Bottega di filosofia abbiamo sperimentato che è riduttivo e fuorviante separare competenza e contenuto. La competenza è infatti la nostra esperienza del contenuto stesso; è, come direbbe Aristotele, una héxis, un habitus, una virtù che consiste nell'eccellenza in un ambito, conseguente all'esercizio — e che dunque, per inciso, è educabile.

Il dibattito vivace ha mostrato che nulla è scontato e che abbiamo ancora il bisogno e il gusto di metterci in discussione; e ci ha restituito la certezza che nessuno può fare questo percorso da solo; c'è bisogno di una "comunità educante" (e solo perciò "professionale") dove sia possibile per ciascuno sperimentare nel proprio vissuto ciò su cui si forma e su cui riflette. Perché non si tratta di adottare strategie, ma di ripensare il modo in cui lavoriamo a partire da quello che siamo; di recuperare quell'unitarietà che non è mai frutto di una nostra costruzione o di un nostro progetto, ma di una scoperta.

 

Alessandra Gibertoni, Giorgia Pinelli



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