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SCUOLA/ La competenza dei docenti? Non strategie, ma esperienze

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Michelangelo, Adamo (Giudizio Universale, 1535-41)  Michelangelo, Adamo (Giudizio Universale, 1535-41)

Insegnare è cosa che non si finisce di imparare. Lo sappiamo bene noi professori di scuola, che ogni mattina ci misuriamo con la ricchezza e la complessità di classi nelle quali ognuno dei nostri ragazzi ha peculiari storie, passioni, difficoltà, atteggiamenti, attitudini, fin anche variabilissimi umori… Come dar valore, come accompagnare la crescita di ciascuno? Come impiegare bene le ore di scuola, perché nessuna occasione sia sprecata?

Non ci sono risposte facili a queste domande. In questi anni, tuttavia, ci sono state offerte molte risposte a buon mercato: da una parte seminari di approfondimento ed elenchi (anche ministeriali) di contenuti, dall'altra — e quasi in opposizione — strategie per pianificare le attività, strumenti per analizzare e misurare lo studente e tante, proprio tante e diverse metodologie — dalle più artigianali a quelle tecnologicamente avanzate — per trasmettere le conoscenze e per gestire le relazioni tra le persone che vivono e lavorano nelle aule.

Tutte cose utili, non possiamo negarlo. Ma anche clamorosamente inadeguate al bisogno vivace che quotidianamente impattiamo. Perciò non stupisce che, qualcuno appassionato di novità e qualcuno più deluso e sospettoso, ci ritroviamo — magari dopo tanti anni di mestiere — a cercare di imparare come insegnare.

Durante la recente convention di Diesse a Bologna, sabato 22 e domenica 23 ottobre, una trentina di insegnanti si sono riuniti nella Bottega di filosofia (e altrettanti in differita  streaming). Costantino Esposito, ordinario di Storia della filosofia nell'Università di Bari, ci ha condotti dentro le pieghe del testo La questione della tecnica di Martin Heidegger mostrandoci l'unità profonda dei diversi momenti che compongono l'insegnamento attraverso un metodo in azione. Un metodo che non si esaurisce nell'applicazione di "tecniche" o di "metodologie", ma che coincide con la chiamata in causa della persona stessa del docente. Mai come nell'atto di insegnare, infatti, siamo nelle condizioni di riaprire continuamente le domande autentiche. Quelle domande che non si lasciano liquidare con una risposta definitiva, quelle che condividiamo con gli autori che leggiamo e con gli alunni che ci ascoltano.

In questo senso la "competenza" — nostra o dei nostri studenti — non consiste tanto in una serie di operazioni applicate a contenuti: essa piuttosto fa tutt'uno con la persona del docente, con la sua capacità di dubitare e desiderare, cioè di domandare. Per questo è possibile, "andando a bottega", riscoprire autori e temi, che si ritenevano magari saputi, e ritrovarli come questioni aperte e viventi, come ha ricordato Marco Ferrari introducendo il lavoro.



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