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SCUOLA/ Logos e techne, la filosofia ricomincia (in classe) dalle domande

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Carlo Sini (Foto dal web)  Carlo Sini (Foto dal web)

Da questo lato, ogni traduzione resta sempre anche un "tradimento" dell'esperienza: l'uomo è per così dire "condannato" dal suo stesso essere uomo a sezionare quel tutto in cui pur sussiste e che resta così opaco. Credo non sia un caso sentire qui in parte l'eco delle parole che Lessing rivolge a Reiss nella sua Replica: "Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo tendere alla verità con la condizione di errare eternamente smarrito e mi dicesse: — Scegli —, io mi precipiterei con umiltà alla sua sinistra e direi: Padre, ho scelto; la pura verità è soltanto per te". A partire da questa ambivalenza permanente possono nascere quelle che Sini ha chiamato "superstizioni": superstizione è credere che la priorità non stia più nel transito della realtà, ma nei segni che noi apponiamo a testimonianza del fatto che essa è (già) passata, è invertire il rapporto di priorità tra il segno e la cosa. È precisamente questo il riduzionismo metafisico in cui frequentemente la scienza moderna cade quando dimentica chi è che pensa, fa, guarda, parla. 

D'altra parte, pur in tutto questo contesto, la filosofia può ancora ritagliarsi uno spazio tutt'altro che secondario: secondo Sini, essa resta quello sguardo sintetico che serve a ricordare questa istanza socratica del "chi" è l'uomo; essa serve, cioè, ad approfondire "il mistero globale in cui siamo immersi", a ricordarci della priorità assoluta del dato, benché nella sua stessa prospettiva quest'ultimo resti ultimamente inattingibile.

Con il suo intervento Sini ci ha posto, quindi, una questione ineludibile, con la quale storicamente la filosofia si è – in un modo o nell'altro – sempre confrontata e lo stesso siamo chiamati a fare anche noi, se si vuole essere uomini degni di questo nome. E ciò è vero, perché è una questione che nasce dalla nostalgia insopprimibile che possa darsi un punto di unità reale tra una verità universale ed una storia particolare – aldilà del fatto che Sini stesso sembri scettico che questo possa verificarsi. In fondo, è la stessa paradossalità che Kierkegaard desiderava abbracciare, quando nelle sue Briciole, si domandava, riprendendo proprio il problema posto Lessing: "come è possibile che verità storiche contingenti siano la prova di verità necessarie della ragione?", "si può mai dare un punto di partenza storico per una conoscenza eterna?". 

Fare e insegnare filosofia è innanzitutto prendere sul serio questa domanda e farne il carburante di ogni lezione. Difficilmente, allora, sarà lo stesso entrare in classe. 



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