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SCUOLA/ Camici bianchi e tute blu? No, grazie

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È dono reciproco, quello della buona scuola, perché insegnando si impara, e perché i docenti, stando con i giovani, restano in un certo senso sempre giovani. Collante forte di questo rapporto è la letteratura, purché la si consideri per la sua ricchezza, per le sue risorse di umanità. Il prof. Pietro Baroni ha citato giustamente Cvetan Todorov, Maria Zambrano e George Steiner, che nei loro scritti parlano di letteratura come "vera presenza": e la letteratura che si studia ai Colloqui Fiorentini è proprio vera presenza. 

Nella mia carriera di studioso ho attraversato varie stagioni: ho subito mio malgrado quella in cui i libri venivano maneggiati indossando — per così dire — la tuta blu, per cercarvi il riflesso della politica, l'eco delle lotte di classe. Certo, la letteratura è anche specchio delle tensioni sociali, ma è altro, ben altro!

Poi venne la fase in cui alla letteratura ci si accostava indossando il camice bianco, reggendo i reagenti, il bisturi dell'anatomista, come se il testo letterario fosse un cadavere da sezionare. Ora, se accostiamo un testo solo per stilare l'elenco delle figure retoriche o la lista delle sequenze narrative, cosa ci dà quel testo se non noia? Lo scrittore ci lancia messaggi attraverso il tempo, non solo exempla di strutture linguistiche o scelte grammaticali: quando, provvisti dei primi rudimenti latini, ci facevano leggere la favoletta di Fedro — "Ad eundem rivum pervenerunt lupus et agnus" con quel che segue — e ci chiedevano solo se "eundem" era accusativo di idem-eadem-idem, o ci sciorinavano il paradigma del verbo pervenio, ci avevano davvero portato dentro quel testo? Occorreva capire che, in quella storiella, Fedro denunciava uno scandalo, anzi due; la violenza e la menzogna, ché scandaloso non è solo il fatto che il lupo divori l'agnello, ma che pretenda pure di aver ragione. Nelle purghe staliniane non bastava condannare a morte un innocente: prima gli facevano confessare, immaginate come, di essere un nemico del popolo. Per gli analisti in camice bianco la letteratura era fatta solo di carta; presi dal particolare, perdevano il senso globale di un libro, la vera presenza di uno scrittore morto magari da secoli, ma che continua a parlarci proprio come vera presenza. Una letteratura di carta contro una letteratura viva: se mi è permesso, voglio ricordare che, pur avendo privilegiato per tanti anni pubblicazioni di tipo scientifico, universitario, non ho mai perso di vista la scuola superiore, allestendo nel corso del tempo tre antologie per una casa editrice cattolica: anni fa Lo spazio letterario, poi Il valore letterario, recentemente Vivo scrivo, che è fra l'altro una frase di D'Annunzio. Intendevo dire, con quei titoli, che la letteratura vive nello spazio, ma deve anche avere un suo spazio; che i testi recano in sé dei valori; che gli scrittori interessano ai giovani se questi capiscono che hanno a che fare con la vita.  



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