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SCUOLA/ Camici bianchi e tute blu? No, grazie

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Allora io ho capito che ai Colloqui gli studenti stavano attenti, perché erano stati preparati dai loro insegnanti a studiare quei testi, come qualcosa che serviva alla loro vita e alla loro conoscenza, perché ogni incontro, se è un vero incontro, cambia qualcosa della mia vita. La grande letteratura è infatti fonte di conoscenza, trampolino cognitivo, acceleratore formativo. Al di là delle figure retoriche, delle sequenze narrative, cerchiamo la sostanza del testo, il cuore e la mente dell'autore che parla a noi, dal suo allora al nostro ora. La sottolineatura del valore conoscitivo e vitale del testo è molto presente nell'esperienza dei Colloqui Fiorentini. Dei quindici anni del convegno, io ho vissuto solo gli ultimi: fui chiamato per Gabriele D'Annunzio e poi per Umberto Saba. Ma già il modo di pensare questi programmi è significativo. Avete visto sullo schermo alle mie spalle scorrere i titoli delle varie edizioni dei Colloqui. Al nome dell'autore segue, a mo' di sottotitolo o didascalia, una citazione adamantina, ad alta densità; c'è un'idea-guida che invita a pensare. Quello che compare ora sullo schermo contiene, nella citazione, un interrogativo capitale: Cesare Pavese. "Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?". E quali tracce si suggerirono per scavare nei narratori? Ecco qualche esempio: Giovanni Verga: il semplice fatto umano farà pensare sempreLuigi Pirandello: Personaggi in cerca di autore. E i titoli scelti per i poeti? Giovanni Pascoli e la misteriosa ansia comuneGiuseppe Ungaretti: "cerco un paese innocente"; Montale e la ricerca del varco: docenti e studenti a confronto. Quest'ultimo sottotitolo coglie perfettamente due caratteristiche dei Colloqui: la prevalenza di uno spirito euristico, non precettistico; il carattere dialettico e fraterno del dialogo tra professori e allievi. Un confronto costruttivo, perché gli uni e gli altri avevano lavorato per tempo sul tema suggerito, sul terreno da esplorare con una bussola in mano.

In tal modo alunni e docenti sono invogliati non solo ad apprendere una serie di nozioni sull'autore, ma ad approfondire una chiave interpretativa, a raggiungere il cuore del testo, a sentire l'autore come una vera presenza con cui dialogare, nel consenso o nel dissenso. Anche la relazione su D'Annunzio mi venne assegnata con un titolo preciso: "Il Piacere" di D'Annunzio: "Habere non Haberi", cioè "Avere e non essere posseduti". A partire da un titolo di questo genere, che consiste in una citazione dello stesso autore, nella lettura del testo si poteva far capire ai ragazzi che il protagonista del romanzo, l'estetizzante ed edonista Andrea Sperelli, trasparente doppio dell'autore, che tanto seduce gli adolescenti, si rivelava alla fine un Narciso che amava solo se stesso, un fallito. Perché chi in amore vuole avere, senza essere avuto, chi concepisce l'amore come una partita in cui il dare e l'avere non si bilanciano, finisce per amare solo se stesso e restare solo. Sperelli fa l'amore con Maria Ferres pensando di abbracciare Elena Muti e pronunciando sbadatamente il nome dell'ex-amante: questa evasione fantastica, questo tradimento mentale gli fa perdere la donna che aveva sedotto e che lo amava. Siccome il cuore dei ragazzi batte d'amore, essi leggono con attenzione D'Annunzio: guidati a penetrare il testo, trasformeranno la vicenda dell'artista-seduttore in una lezione di cui far tesoro per la loro vita sentimentale, non solo per discettare brillantemente all'esame di maturità sul romanzo esemplare del decadentismo italiano. 

(1 - continua)

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Il testo è l'intervento dell'autore in occasione della presentazione dei Colloqui Fiorentini al 5° Convegno Ecclesiale Nazionale "In Gesù Cristo il nuovo umanesimo", indetto dalla Cei a Firenze, dal 9 al 13 novembre 2015. 



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