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SCUOLA/ I "diseredati" di Bellamy, istruzioni per educare uomini

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Felice dunque l'uomo che rimane sempre bambino, non diventa sapiente, perché solo così può conservare la prossimità al suo stato naturale. E nel trattato Emile, o dell'educazione (1762) Rousseau declina il metodo attraverso il quale preservare il bambino dall'errore, metodo che ha il suo fondamento nell'immediatezza: l'educatore deve astenersi dal frapporre tra il bambino e la realtà qualsiasi forma di mediazione, in primis la parola. Occorre cioè favorire l'incontro diretto con le cose, senza spiegazioni, senza categorie che potrebbero condurre nell'errore: "nessun altro libro che il mondo, nessun'altra istruzione che i fatti". 

E ultima scossa del terremoto, il contributo di Bourdieu, il sociologo che pochi anni prima del '68 scrive il libro Les Héritiers (Gli ereditieri), nel quale, dando ormai per scontato che la trasmissione sia contro la libertà e la ragione, si chiede a chi giovi. La risposta che si dà è che la trasmissione non sia altro che una forma di autoaffermazione dell'élite: la classe dominante non perpetua sé stessa dando in eredità ai suoi figli esclusivamente un patrimonio economico, ma anche culturale. Una cultura che si trasmette per auto legittimarsi e per differenziare dalla massa chi la riceve. Da qui la condanna della scuola come luogo finalizzato alla dominazione della classe popolare da parte di quella dominante, ove si creano le diseguaglianze che si dice di voler combattere. La scuola dunque come istituzione intrinsecamente violenta. La soluzione per Bourdieu sarebbe una riforma della scuola che la rendesse meno artificiosa, finalizzata a preparare i giovani professionalmente all'universo del lavoro, il solo veramente reale: sviluppare delle attitudini, delle competenze, non perpetuare il sistema culturale dominante che non ha alcun fondamento se non l'autoconservazione dell'élite.

Di fronte a tanta disistima per la trasmissione della cultura e per la scuola sorge spontanea la domanda in Bellamy, e in qualsivoglia docente: ma allora perché insegnare? Perché entrare in classe ogni mattina? Su cosa rifondare la didattica e l'educazione? L'educazione essendo per sua natura antitetica alla disperazione.

Innanzitutto I diseredati propone di rivedere la concezione di cultura e per farne capire la parentela con l'essere piuttosto che con l'avere, ricorda la triste storia di Victor, il bambino selvatico dell'Aveyron, trovato alle soglie del 1800 nei boschi del sud della Francia e studiato come caso di uomo allo stato naturale. Ebbene, lungi dall'essere il buon selvaggio auspicato da Rousseau, Victor era "indifferente a tutto, assolutamente incapace di attenzione. Aveva i sensi ma non se ne sapeva servire, i suoi occhi non sapevano guardare, le sue orecchie non sapevano ascoltare… tutti i suoi sensi erravano senza posa da un oggetto all'altro senza mai fermarsi… Un essere diseredato dei più nobili attributi della sua specie". Gli studiosi che se ne occuparono convennero che senza mediazione non si sviluppa l'umano, perché – suggerisce Bellamy — l'essere umano è per natura un essere di cultura. Ed è attraverso l'incontro con ciò che un altro gli trasmette che compie la sua umanità. Per rifondare l'educazione occorre dunque accettare che il nostro io dipenda da altro. E che, di conseguenza, essere sé stessi non sia immediato, non sia senza mediazione. 



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