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SCUOLA/ I "diseredati" di Bellamy, istruzioni per educare uomini

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Prima forma di mediazione, indispensabile per divenir sé stessi — suggerisce Bellamy — è la parola. Si è a più riprese teorizzato che la lingua rende schiavi ("l'uomo è parlato dalla lingua", Eco dixit e Barthes: "la langue est tout simplement fasciste"), imponendo le categorie di pensiero che inficiano lo sguardo diretto sulla realtà e condizionano nella conoscenza della verità. Certo è innegabile il potere che la parola ha di categorizzare l'essere, ma la lingua non è qualcosa che si aggiunge al pensiero, bensì è l'alveo in cui esso può nascere. Dove non vi è padronanza della lingua non vi è pensiero, non vi è possibilità di denominare, cioè di differenziare, non vi è possibilità di predicare, cioè di giudicare, di riconoscere il rapporto tra sé e l'essere. Dove non c'è la lingua si genera violenza, perché la persona necessita di dire e di dirsi: se non ne ha gli strumenti utilizza la forza per affermarsi. E attenzione: non basta un vocabolario minimo, di base, perché l'uomo è complesso e ha bisogno di molte sfumature per dire anche solo le sue emozioni, i suoi sentimenti. Per essere noi stessi abbiamo bisogno delle parole degli altri.

Bellamy propone poi altre forme di mediazione, quali i libri, come possibilità di fare i conti con il pensiero altrui per poter sviluppare un pensiero libero e personale (anche Cartesio ha avuto bisogno di studiare il pensiero di altri, per poter elaborare un suo singolare pensiero); le regole, che permettono di differenziare e di ordinare ciò che rimarrebbe avvolto nella nebbia della confusione (bellissimo il suo esempio sull'ortografia: in francese è e abbia si pronunciano allo stesso modo, /Ɛ/, ma si scrivono diversamente estait. L'indifferenza verso la forma grafica può aumentare la confusione categoriale); i maestri, ovverosia persone appassionate delle loro discipline che insegnino autenticamente, che chiedano ai loro studenti di apprendere ciò che insegnano, che facciano vedere le differenze, perché l'indifferenza porta la noia e la noia alla violenza, mentre l'accorgersi delle differenze porta a stupirsi della varietà della realtà e suscita interesse; che appassionino al particolare, perché il particolare è la sola strada possibile per raggiungere l'universale (audace Bellamy nel sottolineare l'impossibilità a educare proponendo una cultura universale, infatti non si può che educare proponendo una lingua, una cultura, una storia particolari, perché l'uomo non è un essere "di immediatezza").

Forse vi è un aspetto poco esplicito nella riflessione di Bellamy, che merita invece grande attenzione in campo educativo. Come ben illustra Luigi Giussani ne Il rischio educativo, testo con il quale I diseredati ha molte affinità, "per rispondere in modo adeguato alle esigenze educative dell'adolescenza non basta proporre con chiarezza un significato delle cose, né basta una intensità di reale autorità in chi lo propone. Occorre suscitare nell'adolescente personale impegno con la propria origine; occorre che l'offerta tradizionale sia verificata; e ciò può essere fatto solo dall'iniziativa del ragazzo e da nessun altro per lui". La chiave dell'educazione è tale verifica, questo paragone tra l'ipotesi di senso proposta e ciò che accade nella vita, ed è su questo che oggi si gioca la partita con i giovani: come diventa esperienza l'ipotesi di significato che l'autorità consegna? 



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