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UNIVERSITA'/ La balla dei "cervelli in fuga" e il (vero) problema italiano

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La stampa e l'opinione pubblica accusano il governo di destinare poche risorse alla ricerca. In parte ciò è vero, ma occorre considerare che all'estero una rilevante quota dei finanziamenti per la ricerca proviene dalle imprese e dall'industria, soluzione contestata in Italia proprio dal mondo accademico che sostiene che la ricerca non sarebbe più libera e che la scienza verrebbe così asservita al potere economico.

In realtà, lo scarso richiamo che l'Italia esercita sui ricercatori stranieri — e italiani — è dovuto principalmente alla difficoltà di accesso al sistema universitario e di ricerca italiano. L'Italia è infatti l'unico paese in cui per accedere al dottorato di ricerca occorre superare un concorso molto arduo, con posti limitati, spesso non più di due o tre, mentre all'estero è sufficiente presentare un progetto di dottorato su qualsiasi argomento e trovare un professore disposto a sostenerlo e a procurare finanziamenti, anche privati. 

Questo problema riguarda tutto il settore pubblico, dove la complessità e la tortuosità delle procedure concorsuali scoraggiano e allontanano talenti anziché attrarli. L'inaccessibilità all'impiego in enti statali, negli ospedali e nelle università non è tanto legata al fenomeno del nepotismo e delle raccomandazioni (che sicuramente esiste, come esiste in tutte le altre nazioni) quanto al blocco delle assunzioni e del turnover, all'assenza di nuovi concorsi e all'eccesso di garanzia per chi è già titolare di un "posto fisso" e non può essere licenziato.  

Paradossalmente i concorsi, ideati per rendere più equa la selezione del personale, bloccano l'occupazione e creano immobilismo, disparità e ingiustizia sociale. 

Nella stragrande maggioranza dei paesi europei si può accedere all'incarico pubblico e all'insegnamento con un semplice colloquio, sulla base del curriculum, e tutti possono essere promossi su segnalazione del diretto superiore, in compenso tutti sono facilmente licenziabili anche senza "giusta causa".

La ricercatrice Roberta d'Alessandro, che ha sollevato una polemica con il ministro Giannini affermando di essere stata "cacciata" dall'Italia ed è oggi direttrice di un dipartimento di lingua e cultura italiana in Olanda non ha probabilmente dovuto superare alcun concorso per accedere a quella posizione. E' ovvio che un posto del genere in Italia avrebbe potuto essere messo a concorso solo in una delle due uniche università per stranieri di Perugia o Siena, e avrebbero partecipato numerosi candidati rendendo più difficile la selezione. 

Occorre inoltre precisare che la docenza, compresa quella universitaria, nei paesi del nord Europa non ha il prestigio di cui gode invece in Italia. Basta aprire una bacheca per la ricerca del lavoro online per trovare decine di annunci con offerte di insegnamento nelle scuole e università inglesi, norvegesi o olandesi. Il culto del posto pubblico fisso esiste solo in Italia, all'estero i laureati preferiscono impieghi nella finanza e nelle imprese private perché offrono retribuzioni superiori e maggiori possibilità di carriera. Ovvio poi che per insegnare l'italiano come lingua straniera in una università olandese il fatto di essere madrelingua presenta un vantaggio che non può essere considerato tale in Italia.



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COMMENTI
20/02/2016 - A conferma della mia tesi (Franco Labella)

Che le tesi di questo articolo siano un unicum lo conferma non solo il commento precedente ma anche un articolo sul tema che il caso vuole appaia proprio oggi su Repubblica ed è di Salvatore Settis. Insomma alla tesi della balla non crede nessun altro tranne l'autrice.

 
20/02/2016 - epperò (z314 george)

in italietta si spende in ricerca metà di quello che si spende nelle nazioni nostre competitor, eppoi l'aritmetica non è un'opinione, la mobilità negli altri paesi è sia in entrata che in uscita, in italietta è solo in uscita, per questo si parla di "fuga" nel senso che molti vanno e praticamente nessuno viene... e questo che ci distingue in negativo dagli altri e che certifica aldilà di qualsiasi ragionevole dubbio che siamo in declino irreversibile... per cambiare rotta bisognerebbe riconoscere di avere problemi e smetterla di dire che non ne abbiamo. "Italia is back!"... perché era uscita?

 
20/02/2016 - Tesi singolari (Franco Labella)

Leggere l'articolo è stata una sorpresa tanto che sono subito corso a leggere le note biiografiche dell'autrice. Ero curioso di sapere in quale ufficio stampa lavorasse o avesse lavorato Patrizia Ciava. Non lavoro all'Università ma ho una certa familiarità, per amicizie e altro, con questo mondo. Finora non mi è mai capitato di leggere o sentire una analisi con punti di contatto anche minimi con le tesi espresse nell'articolo. Magari arriveranno altre voci a supportare la tesi della balla. Al momento segnalo questo contributo come un unicum. Lieto di essere smentito.