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UNIVERSITA'/ La balla dei "cervelli in fuga" e il (vero) problema italiano

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Da diversi anni i ricercatori italiani si posizionano ai primi posti nell'aggiudicarsi i finanziamenti dell'European Research Council (Erc). Quest'anno siamo terzi, dopo Germania e Francia, e il nostro è l'unico paese in cui le ricercatrici donne superano gli uomini: 16 contro 14. 

Molti vincitori italiani, tuttavia, scelgono di utilizzare le loro borse di studio per fare ricerca all'estero: quest'anno sono 17 su 30 (il 56,7%), due anni fa erano 26 su 46 (il 56,5%). Una percentuale più bassa della Germania, per esempio, dato che solo 41 dei 68 tedeschi vincitori del finanziamento hanno scelto di rimanere in Germania. Ma nessun ricercatore tedesco, che sceglie di spendere il suo "grant" all'estero perché ha trovato condizioni migliori, direbbe mai "la Germania non mi ha voluto". Questo tipo di recriminazione è una caratteristica tutta italiana. 

In realtà, dovremmo esultare perché i nostri ricercatori sono bravi e il nostro sistema universitario li prepara bene. In Italia, invece, si preferisce descrivere un paese destinato al declino che investe nel laureare studenti che poi aprono laboratori di eccellenza in Norvegia o in Danimarca. 

Una polemica assurda perché questo fenomeno è comune a tutti i paesi, anzi l'Italia è indietro rispetto alle altre nazioni. Infatti, il movimento di una parte dei laureati e dei ricercatori all'estero è fisiologico in una società moderna e dinamica. Non si tratta di "fuga di cervelli" ma della normale mobilità senza confini della ricerca. Il bassissimo tasso di "emigrazione" che ha caratterizzato l'Italia di ieri non era segno di benessere, ma di poca integrazione con il resto del mondo avanzato. 

Spesso la stampa presenta la "fuga dei cervelli" come un fenomeno negativo, mentre la libera circolazione dei cervelli è estremamente positiva. La mobilità dei ricercatori è essenziale, diffonde la conoscenza e apre nuove frontiere alla collaborazione transnazionale, e per tale ragione la Commissione incoraggia la mobilità dentro e al di fuori dell'Europa. 

L'Unione Europea incentiva costantemente la firma di accordi e di programmi bilaterali e multilaterali che favoriscono la mobilità dei ricercatori, perché è questo il loro ruolo. Una recente relazione del gruppo di esperti di alto livello istituito con lo scopo di migliorare la mobilità dei ricercatori ha evidenziato la necessità di rimuovere le attuali barriere alla loro libera circolazione, affinché l'auspicato Spazio Europeo della Ricerca (Era) diventi realtà. Si è inoltre sollecitato le istituzioni pubbliche di ricerca a riconoscere il valore scientifico e professionale dei periodi di ricerca svolti all'estero.

La mobilità costituisce un problema unicamente se non c'è compensazione in termini di cervelli in arrivo. Quindi lo svantaggio dell'Italia non risiede nella "esportazione" di alcuni talenti all'estero, quanto nel non riuscire ad importarne altrettanti. Questo è l'aspetto critico, non la mobilità dei ricercatori, che è evidentemente un fattore non solo positivo ma anche auspicabile, ma la scarsa attrattività del nostro sistema per i ricercatori stranieri. 

I politici e i ministri si interrogano da anni sulle cause di questa carenza, cercando possibili soluzioni ed iniziative da adottare per invertire il trend negativo. 



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COMMENTI
20/02/2016 - A conferma della mia tesi (Franco Labella)

Che le tesi di questo articolo siano un unicum lo conferma non solo il commento precedente ma anche un articolo sul tema che il caso vuole appaia proprio oggi su Repubblica ed è di Salvatore Settis. Insomma alla tesi della balla non crede nessun altro tranne l'autrice.

 
20/02/2016 - epperò (z314 george)

in italietta si spende in ricerca metà di quello che si spende nelle nazioni nostre competitor, eppoi l'aritmetica non è un'opinione, la mobilità negli altri paesi è sia in entrata che in uscita, in italietta è solo in uscita, per questo si parla di "fuga" nel senso che molti vanno e praticamente nessuno viene... e questo che ci distingue in negativo dagli altri e che certifica aldilà di qualsiasi ragionevole dubbio che siamo in declino irreversibile... per cambiare rotta bisognerebbe riconoscere di avere problemi e smetterla di dire che non ne abbiamo. "Italia is back!"... perché era uscita?

 
20/02/2016 - Tesi singolari (Franco Labella)

Leggere l'articolo è stata una sorpresa tanto che sono subito corso a leggere le note biiografiche dell'autrice. Ero curioso di sapere in quale ufficio stampa lavorasse o avesse lavorato Patrizia Ciava. Non lavoro all'Università ma ho una certa familiarità, per amicizie e altro, con questo mondo. Finora non mi è mai capitato di leggere o sentire una analisi con punti di contatto anche minimi con le tesi espresse nell'articolo. Magari arriveranno altre voci a supportare la tesi della balla. Al momento segnalo questo contributo come un unicum. Lieto di essere smentito.