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SCUOLA/ Educare? Facile dire "torniamo alla realtà", ma come?

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Hannah Arendt (1906-1975) (Foto dal web)  Hannah Arendt (1906-1975) (Foto dal web)

Ma qui siamo già negli anni Sessanta. La società italiana, spinta dal "miracolo economico", si protende nelle braccia del consumismo, della secolarizzazione, dell'eclissi del sacro, secondo il testo di Sabino Acquaviva, morto recentemente. Viene avanti il centro-sinistra, dopo gli anni del centrismo. Come mantenere un'identità collettiva di popolo, di fronte ai fenomeni di disgregazione individualistica? L'elaborazione pedagogica muta e si frastaglia su molti piani: quello etico-civile di Guido Calogero, Danilo Dolci, Aldo Capitini; quello ad impronta socio-pedagogica di Giuseppe Flores d'Arcais, Gaetano Santomauro, Aldo Agazzi, che propongono un'interpretazione comunitaria e sociale del personalismo, mentre i Salesiani sviluppano la riflessione e la prassi attorno alla questione giovanile del rapporto tra istruzione e lavoro; quello pre-politico di Lamberto Borghi, Aldo Visalberghi e Raffaele Laporta, che riprendono il filone democratico-illuminista di Dewey, di cui alfiere sarà Tristano Codignola; quello gramsciano-marxiano di Lucio Lombardo Radice, di Alighiero Manacorda e di Dina Bertoni Jovine. 

Arriva il '68, con la sua carica di rifiuto e di utopie. La particella-chiave è "anti": anti-capitalismo, anti-stato, anti-scuola, anti-pedagogia, anti... Da Marcuse, a Illich, a don Milani. Incomincia qui la fine delle grandi "narrazioni" e delle ideologie, viene avanti un concetto di libertà totale, di autodeterminazione assoluta, che obbliga i tre filoni fondamentali (cattolico, laico-illuminista, marxista) a fare i conti in modo nuovo con il vissuto sociale. Così il tradizionale personalismo cattolico è obbligato a passare ad un'idea di persona meno metafisica e deduttiva, verso un "personalismo senza dogmi". Chiosso lo chiama personalismo di seconda generazione — oggi si direbbe, in linguaggio "digitale", personalismo 2.0 — più attento alla fenomenologia concreta dell'esperienza, alla persona quale si costituisce nel flusso degli eventi, senza assolutizzarlo fino a perdere la dimensione etico-assiologica. Dietro stava la rinuncia all'idea della societas perfecta. Un movimento analogo accadeva all'interno della pedagogia marxiana, che, a questo punto, piegava verso lo studio delle condizioni concrete dei processi educativi, in particolare nel sistema scolastico. La caduta utopica apriva la stagione delle riforme: i decreti delegati, la modifica dei programmi della scuola media unificata, la nuova scuola elementare, l'avvio della Commissione Brocca.

Di qui il passaggio dalla pedagogia alle scienze dell'educazione, con il contorno di scienze umane: neuro-biologia, sociologia, psicologia,  e di statistica, economia, didattica. Di questo passaggio, nel mondo cattolico fu protagonista Cesare Scurati. Non senza simpatie, in quel mondo, verso il neo-aristotelismo etico da parte di Pellerey e Bertagna. Nel mondo laico, fu Riccardo Massa a proporre l'uscita dalla pedagogia nel nome di una "clinica della formazione", che si avvaleva degli strumenti della fenomenologia, dell'ermeneutica e delle scienze umane. Si può anche descrivere quella traiettoria come passaggio dalla pedagogia filosofica alla pedagogia empirica. Con ciò i pedagogisti si sono dispersi o sono passati "in altro", impegnandosi, in particolare, sul terreno politico delle riforme scolastiche. Terreno quanto mai impervio e scarso di soddisfazioni. 



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COMMENTI
26/02/2016 - MARXISTI E MAFIOSI (GIOVANNI COMINELLI)

Vero! Alla fine sono tutti mafiosi. Ma "educano"-:) in modo diverso, a seconda che siano a Palermo, a Reggio C., a Milano. L'errore storiografico che Lei commette - che dipende chiaramente da un'opzione ideologica a priori - è duplice: a) confonde il marxismo con i marxismi. Sono a volte così diversi che Lenin e Stalin e Mao ne hanno fucilati parecchi di marxisti! b) il marxismo gramsciano-togliattiano-berlingueriano era una cosa, il PCI era una cosa un po' diversa. La rinvio alle analisi che fece già negli anni '70/80 Baget Bozzo che constatava come il PCI fosse ormai su una china radicale (nel senso pannelliano): non più al centro la classe operaia, ma il cittadino, l'omosessuale, i diritti ecc... Nulla di più lontano dal marxismo classico. Se posso azzardare un consiglio marxiano-leninista: occorre sviluppare "l'analisi concreta della situazione concreta", invece di cedere, anche nei giudizi storici, alla metafisica ideologica.

 
23/02/2016 - Risposta riquando i marxisti (Moeller Martin)

Anche i mafiosi sono tanti. ma alla fine sono sempre e solo dei mafiosi.

 
22/02/2016 - Nessuna cultura dal marxismo (Moeller Martin)

Il marxismo, al pari dei vari fascismi, è parta all'oppressione dell'uomo, della sua cultura e di ogni altro aspetto della civile convivenza. Il marxismo sono gli stermini di Stalin, i Gulag, i manicomi criminali di Breznev, i campi di sterminio dei vari Pol-Pot di cui larga parte del mondo ha potuto a lungo beneficare. Non si può forzare la storia cercando di attribuirgli una qualche forma di valore.

RISPOSTA:

Caro Moeller, capisco la necessità della sintesi. Ma i marxismi sono tanti: quello di Marx, quello di Engels, quello di Lenin, quello di Stalin, quello di Mao, quello di Gramsci, quello di Togliatti, quello di Galvano della Volpe, quello di Geymonat, quello di Korsch, Benjamin, Bloch... Da questi marxismi derivano pedagogie diverse. Togliatti ha appoggiato Concetto Marchesi, che non era gramsciano, ma gentiliano. Ma, soprattutto, il comunismo non coincide con il marxismo; è un'esperienza storico-politica determinata, la critica della quale non può coincidere, in ogni caso, con quella delle pedagogie di ispirazione marxiana. Makarenko non è riducibile allo stalinismo. GC

 
22/02/2016 - articolo di Cominelli (sergio bianchini)

Sempre belle le analisi di Cominelli. E' la visione del condor che "pasa". Purtroppo le ottime e colte riflessioni sull'educazione non spiegano mai una cosa: perchè la scuola italiana è diventata e permane un palude immobile, o meglio preda di una permanente agitata paralisi da 40 anni? Tutte le visioni sono state gettate nella palude ma nessuna ha cambiato mai il suo essere. Ad ogni rivoluzione lessicale passata nella scuola corrispondeva un adattamento, sempre lessicale, di massa e tutto continuava e continua come sempre e cioè con lo schiacciamento spietato degli alunni e con la finzione educativa che copre l'uso della scuola come gigantesco rubinetto erogatore di un milione di posti e di stipendi statali. Io chiamavo PETALI SUL LETAMAIO i ricorrenti tentativi di nobilitare la situazione e di ridare vita al moribondo senza agire drasticamente sui fondamentali organizzativi. Misure intermedi non reggono e l'impaludamento della buona scuola lo dimostra ancora una volta. Senza agire sui fondamentali organizzativi il letamaio continuerà ad assorbire qualsiasi petalo e nobile visione.

RISPOSTA:

Caro Bianchini, la scuola non è mai stata governata dai pedagogisti, ma da politici, dall'amministrazione, dai sindacati. Se vogliamo imputare a qualcuno il fatto che le riforme nella scuola non riescono mai o pochissimo (dal 1946 sono stati presentati 27/28 progetti di riforma della scuola secondaria di secondo grado!) gli ultimi con cui prendersela sono i pedagogisti. GC