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SCUOLA/ Educare? Facile dire "torniamo alla realtà", ma come?

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Hannah Arendt (1906-1975) (Foto dal web)  Hannah Arendt (1906-1975) (Foto dal web)

Troppo denso di storia il libro di Giorgio Chiosso intitolato La pedagogia contemporanea, edito da La Scuola, per poterlo ulteriormente concentrare in un articolo. Il rimedio, in questi casi, è la lettura diretta, cui una recensione può preparare. Ed è ciò che si propongono le note che seguono. 

Chi lo dovrebbe leggere? Gli insegnanti e coloro che studiano per diventarlo. Li aiuta a rendersi conto degli atti che compiono e delle procedure che adottano, quando entrano in una classe di ragazzi. E' ovviamente presente anche un fitto dialogo interaccademico "tra pari", nel quale tuttavia si può inserire, senza sentirsi un intruso, chiunque si occupi per vocazione/mestiere di educazione, formazione, istruzione. Perché anche gli accademici, siano essi pedagogisti, specialisti della formazione e della didattica, cognitivisti, comportamentisti, neurobiologi, sociologi o economisti dell'istruzione hanno pur sempre a che fare tutti quanti con "una persona" in carne ed ossa, con le giovani generazioni che cambiano, che parlano e gridano il proprio presente. Tutti hanno/abbiamo a che fare con la domanda, implicita e esplicita, presa in carico o rifiutata, che il Dio della Genesi rivolge a Adamo in fuga: "uomo, dove sei?". 

La domanda sul "dove" interroga sull'essenza dell'uomo e sulla sua collocazione del mondo.  E', grosso modo, il titolo della conferenza di Max Scheler del 1927 Die Stellung des Menschen in Kosmos. Dalle risposte a tale domanda dipendono l'educazione, la coltivazione, la cura dell'uomo. Le risposte sono le teorie pedagogiche e le prassi educative, di cui Chiosso traccia sinteticamente il percorso del '900. Non si tratta di antropologia filosofica pura, semmai di "antropologia applicata", perché i mutamenti socio-economici e culturali determinano l'essenza umana, la incarnano nella storia. Donde il divenire degli approcci educativi e teoretici. 

Il libro di Chiosso ci accompagna lungo gli anni su due binari: quello delle teorie e quello dei mutamenti strutturali, tra i quali anche quello dello sviluppo del sistema scolastico. Scorrono sullo schermo, ancora in bianco e nero, il neo-idealismo gentiliano, il personalismo cattolico nella versione Mounier/Stefanini, il deweysmo, l'attivismo pedagogico nelle versioni laica e cattolica, il marxismo. Siamo all'indomani della seconda guerra mondiale, l'Italia è in macerie, occorre ricostruire il Paese sul piano economico e su quello morale. Lo Zeitgeist è quello della ricostruzione della civiltà, della "renovatio" della "civitas christiana", della "nouvelle chrétienté" sulla scia di Jacques Maritain, o dell' utopia comunista dell' ''homo novus" marxiano. I lasciti degli anni Trenta vengono utilizzati quale cassetta degli attrezzi per affrontare gli anni Cinquanta. Nel Pci già all'indomani del 25 aprile si apre la discussione tra Concetto Marchesi, su posizioni gentiliane, e Elio Vittorini, su posizioni deweyane. Togliatti chiuderà bruscamente la partita a favore di Marchesi già nel VI Congresso del Pci degli inizi di gennaio del 1946. Solo con l'istituzione della scuola media unificata si chiuderà la querelle, con la vittoria ai punti di Vittorini. 



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COMMENTI
26/02/2016 - MARXISTI E MAFIOSI (GIOVANNI COMINELLI)

Vero! Alla fine sono tutti mafiosi. Ma "educano"-:) in modo diverso, a seconda che siano a Palermo, a Reggio C., a Milano. L'errore storiografico che Lei commette - che dipende chiaramente da un'opzione ideologica a priori - è duplice: a) confonde il marxismo con i marxismi. Sono a volte così diversi che Lenin e Stalin e Mao ne hanno fucilati parecchi di marxisti! b) il marxismo gramsciano-togliattiano-berlingueriano era una cosa, il PCI era una cosa un po' diversa. La rinvio alle analisi che fece già negli anni '70/80 Baget Bozzo che constatava come il PCI fosse ormai su una china radicale (nel senso pannelliano): non più al centro la classe operaia, ma il cittadino, l'omosessuale, i diritti ecc... Nulla di più lontano dal marxismo classico. Se posso azzardare un consiglio marxiano-leninista: occorre sviluppare "l'analisi concreta della situazione concreta", invece di cedere, anche nei giudizi storici, alla metafisica ideologica.

 
23/02/2016 - Risposta riquando i marxisti (Moeller Martin)

Anche i mafiosi sono tanti. ma alla fine sono sempre e solo dei mafiosi.

 
22/02/2016 - Nessuna cultura dal marxismo (Moeller Martin)

Il marxismo, al pari dei vari fascismi, è parta all'oppressione dell'uomo, della sua cultura e di ogni altro aspetto della civile convivenza. Il marxismo sono gli stermini di Stalin, i Gulag, i manicomi criminali di Breznev, i campi di sterminio dei vari Pol-Pot di cui larga parte del mondo ha potuto a lungo beneficare. Non si può forzare la storia cercando di attribuirgli una qualche forma di valore.

RISPOSTA:

Caro Moeller, capisco la necessità della sintesi. Ma i marxismi sono tanti: quello di Marx, quello di Engels, quello di Lenin, quello di Stalin, quello di Mao, quello di Gramsci, quello di Togliatti, quello di Galvano della Volpe, quello di Geymonat, quello di Korsch, Benjamin, Bloch... Da questi marxismi derivano pedagogie diverse. Togliatti ha appoggiato Concetto Marchesi, che non era gramsciano, ma gentiliano. Ma, soprattutto, il comunismo non coincide con il marxismo; è un'esperienza storico-politica determinata, la critica della quale non può coincidere, in ogni caso, con quella delle pedagogie di ispirazione marxiana. Makarenko non è riducibile allo stalinismo. GC

 
22/02/2016 - articolo di Cominelli (sergio bianchini)

Sempre belle le analisi di Cominelli. E' la visione del condor che "pasa". Purtroppo le ottime e colte riflessioni sull'educazione non spiegano mai una cosa: perchè la scuola italiana è diventata e permane un palude immobile, o meglio preda di una permanente agitata paralisi da 40 anni? Tutte le visioni sono state gettate nella palude ma nessuna ha cambiato mai il suo essere. Ad ogni rivoluzione lessicale passata nella scuola corrispondeva un adattamento, sempre lessicale, di massa e tutto continuava e continua come sempre e cioè con lo schiacciamento spietato degli alunni e con la finzione educativa che copre l'uso della scuola come gigantesco rubinetto erogatore di un milione di posti e di stipendi statali. Io chiamavo PETALI SUL LETAMAIO i ricorrenti tentativi di nobilitare la situazione e di ridare vita al moribondo senza agire drasticamente sui fondamentali organizzativi. Misure intermedi non reggono e l'impaludamento della buona scuola lo dimostra ancora una volta. Senza agire sui fondamentali organizzativi il letamaio continuerà ad assorbire qualsiasi petalo e nobile visione.

RISPOSTA:

Caro Bianchini, la scuola non è mai stata governata dai pedagogisti, ma da politici, dall'amministrazione, dai sindacati. Se vogliamo imputare a qualcuno il fatto che le riforme nella scuola non riescono mai o pochissimo (dal 1946 sono stati presentati 27/28 progetti di riforma della scuola secondaria di secondo grado!) gli ultimi con cui prendersela sono i pedagogisti. GC