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SCUOLA/ Alternanza e sistema lombardo, il "funerale" del modello T

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Con l'eloquenza dei fatti (meno dispersione, recupero dei drop out scolastici, tassi di occupazione finali dei nostri giovani che non hanno paragoni in Italia, soddisfazione delle famiglie, valorizzazione delle eccellenze), abbiamo convinto le famiglie e le imprese che il nostro sistema di istruzione e formazione professionale è di pari dignità rispetto a quello di istruzione statale. 

Infine, con la legge regionale 30/2015, abbiamo chiarito che asse centrale della formazione tipica della "quarta rivoluzione industriale" non può che essere l'apprendistato formativo di primo e di terzo livello. Infatti, condizioniamo le doti formazione che gli enti dell'istruzione e formazione professionale ricevono per ogni studente al vincolo di avere almeno il 5% di apprendisti di primo livello tra i loro "iscritti" e favoriamo in ogni modo possibile l'apprendistato di terzo livello, relativo a Its, lauree, dottorati e master universitari. Fortunatamente, la realtà ha già superato la nostra più ottimistica aspettativa: siamo oltre il 5% per il primo livello e stanno crescendo in maniera significativa anche le richieste per il terzo livello. 

Come ricordavamo anche nel recente convegno sulla nostra campagna Adotta un apprendista! svoltosi il 18 febbraio scorso nel palazzo della Regione con la presenza di importanti aziende nazionali e internazionali, il nostro desiderio è che si raggiungano quanto prima le due cifre, e che tali due cifre si irrobustiscano sempre più. 

Ciò significa che le imprese innovative lombarde sono sempre più consapevoli che il loro futuro (che poi vuol dire anche il nostro come Paese) si gioca sulla qualità del cosiddetto «capitale umano», ovvero sulla qualità di collaboratori che siano persone «sagge», «sapienti» e «creative», desiderose di imparare per tutta la vita, competenti nel fare squadra, rete, reciprocità relazionale in ogni aspetto della loro vita personale, sociale, ma non meno professionale, a partire dall'impresa. 

Siamo consapevoli del carattere visionario di questa prospettiva. Ma ci conforta il fatto che pure nella scuola statale, con la legge 107/2015, abbia ripreso slancio la teoria e la pratica dell'alternanza scuola-lavoro: almeno duecento ore obbligatorie nel triennio dei licei ed il doppio nel triennio dei tecnici e dei professionali. 

Non era questa l'idea della riforma Moratti, che si affidava all'autonomia delle scuole per promuovere questa importante metodologia formativa da impiegare anche per tutto il tempo scolastico dai 15 anni fino alla fine degli studi. Ma condivido ed apprezzo il senso dell'operazione, sebbene possa sembrare paradossale essere contenti della sua trasformazione in un obbligo perentorio ciò che nel 2003 doveva essere il prodotto dell'autonomia e della libertà delle istituzioni scolastiche. Solo provando e vedendone i frutti intenzionali e inintenzionali, perfino chi ancora resiste alla prospettiva dell'alternanza scuola-impresa, invocando improbabili referendum abrogativi, può persuadersi che si tratta di una straordinaria occasione formativa quando è ben condotta e sfruttata con adeguate professionalità. 



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