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UNIVERSITA'/ I ricercatori in partenza e ciò che manca all'Italia

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Innanzitutto è nell'università italiana che si sono formati molti giovani italiani vincitori di un Erc, nonostante, per diversi motivi, questa stessa università si trovi ormai da anni in uno stato di grave difficoltà. E in secondo luogo, la produttività scientifica italiana (misurata in termini di numero di articoli per ricercatore, numero di citazioni per ricercatore, o anche numero di pubblicazioni per euro investito in ricerca) è la più alta al mondo, circa il doppio degli Stati Uniti e il 30% in più del Regno Unito. 

Ma i giovani vincitori di un Erc non hanno "scelto un altro Paese" come meta della loro ricerca, hanno scelto alcune università o centri di ricerca, in altri Paesi. La retorica che vedrebbe contrapposti il sistema universitario italiano e quello di altri Paesi europei o extra europei ci fa perdere di vista la realtà della competizione: i ricercatori non scelgono gli Usa, scelgono l'Mit, non scelgono la Svizzera ma l'Epfl, ovvero poche università di eccellenza che vengono supportate strategicamente, non solo dal governo ma dall'intera società. Dati impietosi dicono ad esempio che la Stanford University ha un budget annuo pari a 2,4 milioni di euro per ricercatore, il Politecnico di Milano 0,32. Lo stesso budget vale 320mila euro per studente a Stanford e circa 10mila a Milano (30 volte meno!).

Ciò che veramente manca al sistema della ricerca italiano è allora la capacità di allocare le risorse in modo strategico, così da avere eccellenze che possano competere internazionalmente. Non serve un unico "campione" nazionale, ma una pattuglia di istituzioni, ciascuna con la sua specializzazione e capacità di piena valorizzazione della tradizione e delle migliori competenze disponibili. Oggi le nostre università non solo faticano ad attrarre ricercatori internazionali, ma non sono neanche nelle condizioni di generare un mercato interno dei ricercatori.

Terzo punto, troppo spesso dimenticato dai commentatori e lasciato inevaso dai governi, è fare in modo che la società italiana, le sue imprese, siano effettivamente attive e in grado di beneficiare della migliore ricerca e della conoscenza più avanzata, ovunque sia prodotta o resa accessibile. In questa prospettiva avere ricercatori italiani nel mondo dovrebbe essere considerata un'opportunità, non un problema.

Su questo fronte, inoltre, si dovrebbe agire sul sistema università-impresa, e non solo su uno dei due attori. Il tessuto economico italiano è fatto principalmente di piccole e medie imprese: i modelli di successo di altri Paesi non è affatto detto che funzionino nel nostro contesto. E qui forse, più che nuovi strumenti o fondi o infrastrutture, serve un cambiamento culturale, di ascolto e comprensione reciproca e di collaborazione reali. La condivisione del famoso "lavoro per il bene comune". Coloro che lavorano in università e che fanno impresa, sono disponibili?

Ad ogni buon conto, anche la ricerca e l'innovazione di qualità, oggi prodotte nelle università e nei centri di ricerca italiani (ed in parte pagate con le tasse degli italiani), sono in larga misura sfruttate da soggetti internazionali. Perché la ricerca è di chi la usa, non di chi la produce.



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