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UNIVERSITA'/ I ricercatori in partenza e ciò che manca all'Italia

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In queste settimane siamo stati raggiunti dalla notizia del successo di un esperimento che per la prima volta ci dà evidenza empirica di quanto Einstein intuì e dimostrò teoricamente cento anni fa. Di chi è questa scoperta? Che passaporto ha la teoria della relatività? Quale nazione può intestarsi gli sforzi di ricerca che hanno portato alla sua formulazione e verifica? E allo stesso modo, quale ricercatore può ritenersi il titolare degli spazi infiniti di conoscenza cui la teoria della relatività ci ha dato accesso? Lo stesso Einstein ci ha aperto la porta ma non per questo è il proprietario della casa.

La ricerca non ha nazione e quello della conoscenza è sempre stato un "mercato globale", la conoscenza è universale per definizione. Le università, del resto, sono nate da questa consapevolezza: allievi che andavano in giro per l'Europa a cercare maestri e studiosi che a loro volta cercavano ovunque il contesto più stimolante e più adeguato ai bisogni della quotidiana fatica della ricerca.

C'è per questo una paradossale sintonia tra una ricercatrice che animosamente rinfaccia al proprio Paese di averla respinta ed una ministra che rivendica per il proprio Paese i successi scientifici di ricercatori con passaporto italiano. Si tratta della medesima riduzione nazional-istituzionale del sapere.

Allora, come Paese, quali sono le conferme e i suggerimenti che possiamo cavare dalla notizia che nel 2015 ben 30 ricercatori con nazionalità italiana hanno ricevuto un finanziamento Erc (ovvero la più significativa misura di supporto a singoli ricercatori di cui l'Europa si sia dotata)? E anche dalla notizia che più della metà di questi (unico caso tra le principali nazioni europee) abbiano deciso di spenderlo in una istituzione di ricerca straniera? Almeno tre.

Primo, che il contesto educativo italiano (che è più del solo sistema formativo), come e più di altri Paesi, è ancora in grado di sostenere il formarsi di ricercatori che trovano riconoscimento in tutto il mondo. Altri indicatori confermano questo indizio, ma ci basta anche solo ricordare il caso recente di Fabiola Gianotti, oggi a capo del Cern di Ginevra. Se è così, allora non stupiamoci e non allarmiamoci oltremisura se tanti trovano la loro strada fuori dall'Italia; sono molti i Paesi nel mondo che devono importare capitale umano, innanzitutto gli Stati Uniti. Come ha giustamente sottolineato Salvatore Settis nel suo recente articolo apparso su Repubblica, stiamo attenti a non buttare questo patrimonio, che da troppi anni stiamo erodendo, ma valorizziamolo a beneficio di ogni singolo giovane e del Paese nel suo insieme.

Secondo, che la sfida come Paese è quella di saper sviluppare un sistema della ricerca che sia competitivo nel contesto mondiale, che sia realmente attrattivo per i migliori ricercatori nel mondo (qualsiasi passaporto abbiano). Molto c'è da fare anche su questo fronte, ma la ricerca di strumenti e soluzioni adeguate non può non partire da due dati di fatto. 



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