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SCUOLA/ Quello sguardo "stanco" che uccide la lingua italiana

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Biblioteca Malatestiana (Infophoto)  Biblioteca Malatestiana (Infophoto)

Eppure, non è l'inglese a determinare le sofferenze della nostra lingua; l'italiano è comunque in buona compagnia: anche altre grandi Kultursprachen — il tedesco, per esempio — sembrano in affanno. È lo spirito dei tempi, che si esprime nell'inglese dei non anglofoni di madrelingua. Avanza una lingua ridotta e sclerotica, carente di plasticità e inadeguata ad esprimere la creatività dello sguardo umano sull'esperienza. Potrà fornire etichette utili per designare le novità della tecnica, che il senso comune chiama "scienza" (con irritazione degli scienziati). Non sarà una lingua capace di elaborare cultura. Poco importa se questa lingua di legno sia fatta di espressioni tratte dall'inglese o dall'italiano: resta uno strumento impoverito. Ma la povertà, più che della lingua, è dei parlanti, che sembrano aver decretato l'oblio di un patrimonio linguistico straordinario. Quel che si osserva per l'italiano, dicevamo, sembra valere anche per le altre grandi lingue, vere e proprie matrici culturali del nostro Occidente. Uno sguardo stanco e annoiato dell'esistenza umana è sempre meno esigente e si accontenta di poco. 

La ricchezza espressiva di una lingua consente una "lettura" raffinata dell'esperienza. La riduzione del lessico e delle strutture grammaticali comporta impoverimento categoriale. Nella storia molte lingue sono tramontate e hanno ceduto il passo ad altre, uscite vittoriose da vere e proprie guerre culturali. L'oblio di una lingua a volte ha significato il tramonto di una concezione del mondo; spesso, tuttavia, nei contatti di lingue una concezione del mondo si è diffusa da una comunità all'altra e ha continuato a formare la chiave di lettura dell'esperienza. Così è avvenuto, nei secoli, per la tradizione greco-romano-cristiana. 

Nella fase attuale sembra tuttavia che tramonti l'interesse a nutrire un punto di vista sulla realtà. Conta la tecnica e l'opinione. La tecnica è fatta coincidere con il progresso; l'opinione dominante si impone, anche contro l'evidenza e il principio di non contraddizione (che è considerato relativo a una cultura superata). In tale prospettiva, non c'è bisogno di una lingua. Bastano alcune nomenclature e una serie di espressioni che denotano procedure da applicare universalmente. Resta l'interesse per le lingue, per la loro densità categoriale e la loro diversità. Timeo hominem unius linguae, diceva Tesnière. Oltre ad apprendere altre lingue, bisogna comprenderle. E questo, lo si riesce a fare quando si comprende almeno una lingua — la propria (o le proprie, per chi ha la fortuna di essere cresciuto plurilingue). La cura dell'italiano è presupposto per comprendere il rapporto fra l'essere umano, il mondo e la lingua come struttura interpretativa del mondo.

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COMMENTI
28/02/2016 - Si può ripartire? (Giuliana Zanello)

Tutto congiura a tacere di noi, un po' come si tace di un'onta: il celebre verso può rappresentare, mi sembra, una sintesi di quanto Gobber ha argomentato benissimo. Ma rappresenta anche la condizione in cui si trovano - e purtroppo il modo in cui si vivono - gli insegnanti di italiano in troppe scuole, in troppe occasioni. Si può ripartire? Si può rimettere a tema l'insegnamento della lingua madre con lo sguardo rispettoso e profondo suggerito da questo articolo?