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SCUOLA/ Insegnare bene? E' solo questione di stile

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con cipressi (1889) (Immagine dal web)  Vincent Van Gogh, Campo di grano con cipressi (1889) (Immagine dal web)

Alessandro D'Avenia ha recentemente scritto che lo scopo della scuola è accrescere la cultura e l'autonomia dei giovani e che perché tale fine si realizzi è necessario che ci sia un metodo, ovvero un cammino percorribile da maestri e allievi insieme per strappare questi ultimi dalla «tirannia del non senso» (La Stampa, 27 gennaio).

Vorrei soffermarmi su questa bella provocazione di D'Avenia, guardandola dal lato dei docenti, tentando un paragone tra il mestiere dell'insegnamento e quello dell'artista e servendomi di alcuni passi del fenomenologo francese Maurice Merleau-Ponty. 

Nel saggio Il linguaggio indiretto e le voci del silenzio (Segni, 1960) Merleau-Ponty descrive la natura del fenomeno creativo e la fecondità dell'opera d'arte con il termine husserliano Stiftung, da intendersi come "fondazione" e "iniziazione". 

Tale fondazione, che prende avvio con la creazione di un'opera d'arte, per Merleau-Ponty ha due aspetti fondamentali. In primo luogo il senso non è mai prima o dopo l'opera, ma dentro di essa: "più che essere espresso dal quadro, il senso impregna il quadro". In secondo luogo ogni gesto, umano, artistico e culturale genera una storia illimitata aprendo un nuovo campo di ricerca. Egli parla dell'"illimitata fecondità di ogni presente che, proprio perché è singolare e passa, non potrà mai cessare di esser stato e quindi di essere universalmente, ma soprattutto quella dei prodotti della cultura che continuano a valere dopo la loro apparizione e aprono un campo di ricerche in cui rivivono perpetuamente". 

Questa fondazione è resa possibile dall'opera di ripresa dell'esistenza da parte dell'artista, così che l'opera d'arte assume i tratti di una forma nobile di memoria, dando al passato una nuova vita e non una semplice sopravvivenza, costruendo così una vera e propria tradizione.

Il pensatore francese ravvisa l'unità della pittura non tanto nelle classificazioni o negli inventari da  museo, bensì "in questo compito unico che si propone a tutti i pittori", che è la ricreazione e la trasformazione del mondo attraverso l'espressione.

Abbandonato ogni approccio intellettualista alla pittura, non guardandola più dal punto di vista del "già arrivato" o di una sintesi già compiuta dal pensiero, è possibile riaprire lo sguardo alla profondità dell'atto creativo dell'artista, ovvero al suo stile originale che si dà nel presente. Solo se si ricolloca la pittura nel presente, afferma Merleau-Ponty, si possono far crollare le barriere che "il nostro purismo" ha moltiplicato fra noi e il pittore, e fra il pittore e la propria vita, demolendo l'alone magico creato dai musei intorno agli artisti e ritrovando così quella peculiare e originale maniera di abitare il mondo che chiamiamo "stile". È lo stile dell'artista che "introduce un senso in ciò che non ne aveva, e dunque, invece di esaurirsi nell'istante in cui ha luogo, inaugura un ordine, fonda un'istituzione o una tradizione". 



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