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SCUOLA/ Salvare l'italiano, ma come?

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Da insegnante ho lottato, con me stessa, prima di tutto, per uscire e far uscire dalla lingua di plastica; ho sperato che la ferita si rimarginasse nelle nuove generazioni che non avevano subito lo strappo e che disponevano di maggiori opportunità culturali. E tra queste, in prima fila, la straordinaria risorsa del contatto con altre lingue, vive o morte, e della pratica della traduzione, che ti spinge ad affondare ogni volta nell'humus della lingua di partenza e in quello della lingua di arrivo, scoprendo per contrasto la ricchezza e la profondità che l'usurante chiacchiera nasconde e fa dimenticare.

Mi entusiasmava il fatto di avere di fronte le prime generazioni di figli del popolo non mortificate dall'estraneità linguistica, finalmente messe in condizioni di accostarsi al sapere, anche a quello più elevato, a partire dalla propria lingua madre, certo via via arricchendola e allargandone i confini, ma in ogni caso dominandola, tenendo insieme cultura e storia personale, comunicazione ed espressione, apprendimento e rielaborazione. E poi, il fascino delle lingue straniere, mondi, storie, civiltà, da cui imparare il gioco meraviglioso e infinito del simile e del diverso, dell'essere attirati dal diverso, dell'amarlo, del farlo proprio: l'Europa dei popoli e delle culture, qualcuno ricorda ancora questa frase?

Poi, chissà come, l'Europa dei popoli e delle culture è diventata l'Europa dell'anglofonia coatta: per le altre lingue, compresa la propria, c'è poco tempo e sempre meno soldi. Nel frattempo la lingua di Shakespeare si è staccata dai popoli e dalle culture che l'hanno prodotta, per non parlare delle letterature; si è trasformata in un elenco di vocaboli, frasi fatte e regole grammaticali imposte praticamente per legge uniformemente a tutti i cittadini europei. 

Qui però qualcosa dev'essersi inceppato: qualcuno ha scoperto che "non si possono insegnare le lingue senza contenuti". Bene. Recuperiamo dunque le conoscenze di letteratura, storia e civiltà che avevamo gettato alle ortiche? Non sia mai! Saranno le materie ancora pigramente insegnate in lingua madre a muoversi e collaborare: le si insegnerà in inglese, così finalmente serviranno a qualcosa.

L'insegnante sa poco e male l'inglese o comunque non è uno specialista? Meglio, intimidisce meno i ragazzi ed è meno fissato con le minuzie formali. La conoscenza limitata della lingua impoverisce la comunicazione del docente e ancor più la ricezione dell'allievo?  E' uno scotto da pagare, certo, ma ne vale la pena!

E così, in qualche decennio, abbiamo chiuso il cerchio. I figli del popolo si avviano a diventare di nuovo allievi alloglotti, destinati a mettere insieme una conoscenza non più che piattamente comunicativa della lingua madre, ma anche della lingua straniera; a recepire malamente nozioni schematicamente impartite che possono solo ripetere a memoria; a non avere strumenti linguistici idonei all'espressione originale né cognizioni sufficienti per l'elaborazione critica, che del resto non saprebbero articolare.



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