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SCUOLA/ Salvare l'italiano, ma come?

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Un altro esproprio, insomma, in nome di una più estesa omologazione, mentre le classi dirigenti, fiere di essere più avanti su questa strada, strapazzano la lingua madre e si esibiscono in grotteschi para-anglismi che fanno status. Ma non importa, tanto restano classi dirigenti lo stesso.

Che cosa si vuol dire? Che bisogna opporsi alla formazione di una nuova koinè? Che è un male avere a disposizione uno strumento comunicativo con cui interagire, almeno a un livello minimo, con l'intero globo? Che la scuola non dovrebbe farsi carico di questa esigenza dettata indubbiamente dalla realtà delle cose?

No, certo. Le lingue muoiono quando devono morire, non c'è terapia intensiva che tenga. Però da ciò discende, per converso, che non occorre intervenire per ammazzarle.

Il futuro sarà la koinè anglofona, è molto probabile, ed è giusto fornire alle giovani generazioni conoscenze adeguate al mondo in cui dovranno muoversi. Ma è questo un buon motivo per ripetere tali e quali gli errori del passato? Davvero non c'è lo spazio per tenere conto di altri livelli della questione linguistica, così intimamente legata alla persona? In altre parole, è inevitabile, per tenere il passo con i tempi, produrre qualche generazione di chiacchieranti superficiali, di ripetitori meccanici, sia pure in più favelle? 



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