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SCUOLA/ Romanae Disputationes, gli studenti: l'uomo da solo non può essere giusto

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Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)  Giulio Romano, La Giustizia (Palazzi Vaticani, Sala di Costantino, 1520) (Immagine dal web)

Sabato si è conclusa a Roma la fase finale delle Romanae Disputationes, dedicate al tema della giustizia. Riprendendo la lezione di Gustavo Zagrebelsky dell'ottobre scorso, si può dire che oggi l'affermazione unicuique suum (a ciascuno il suo) rischia di essere fraintesa: da un lato c'è il rischio che la legge sia una forma vuota di contenuto, dall'altro che il problema della giustizia venga risolto con un criterio emotivo individuale. Questa originaria provocazione, che ha messo in crisi la convinzione che un sistema perfetto possa garantire la giustizia, ci ha messi al lavoro per riflettere su che cosa possa garantire la convivenza buona in una società umana fondata su una costituzione e su un diritto. 

Cosa abbiamo scoperto riflettendo sulla giustizia? Essa è qualcosa di molto più profondo delle opinioni quotidiane delle persone. Siamo usciti dai luoghi comuni che intendono la giustizia come strumento con cui porre ogni cosa sullo stesso piano e determinare chi ha ragione e chi ha torto limitando i danni all'innocente. L'intervento della vice presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia ci ha poi aiutato a chiarire i processi storici che hanno portato al positivismo giuridico contemporaneo. 

Il costituzionalismo dei moderni nasce dai movimenti rivoluzionari liberali di fine Settecento, quali la Dichiarazione d'indipendenza dei primi Stati Uniti d'America e la Dichiarazione della libertà e dei diritti del cittadino scritta in Francia.

Il positivismo giuridico moderno, nato come conseguenza di questo periodo storico, pone come base la centralità della legge che si articola come contenuto unico di ciò che è giusto. Nel secondo dopoguerra, sulla base delle esperienze dei totalitarismi, si è ritenuto necessario apportare delle correzioni: il positivismo giuridico ha quindi subito delle variazioni fino alla sua formulazione contemporanea, che introduce all'interno della legge il contesto sociale, o meglio, la dignità dell'individuo. Il costituzionalismo del dopoguerra ha posto al centro l'uomo attraverso la Carta di San Francisco, stesa a opera di Eleanor Roosevelt, che ha portato alla rigidità delle costituzioni e alla Carta di Roma (1948). Questo intervento ha generato altre domande e obiezioni che la stessa Cartabia ha ammesso di voler suscitare in quanto la giustizia non va risolta in una formula, ma affrontata con cognizione di causa. 

All'interno della costituzione d'impronta positivista ha ancora senso parlare di una natura umana? C'è qualcosa di soggettivo nella persona a cui la costituzione deve rispondere? 

A questi interrogativi ha offerto un tentativo di risposta in termini teoretici il professor Francesco Botturi nel suo intervento durante il secondo giorno di convegno. Botturi è partito dal problema della necessità di una legge obiettiva che ponga la dignità umana come fattore pregiudico. Essendo la giustizia un elemento interpretabile, tra essa e la legge entra in gioco la cultura. Decade così l'oggettività del sistema, che si ritrova ad articolarsi in modi plurimi sotto le influenze di spazio e tempo. La giustizia è quindi essenziale ma, al contempo, destabilizzante. Il problema sembrerebbe quindi non avere più una soluzione praticabile, sfociando in una forte tendenza relativistica, come si vede nella globalizzazione contemporanea. 



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