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SCUOLA/ Fare poesia per riscoprirsi uomini

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Cosa sia una poesia vera non lo sappiamo, dico io, ma forse possiamo tentare di fare in modo che queste cose diventino chiare, precise, che ogni parola diventi necessaria per quel luogo in cui si trova e soprattutto possiamo tentare di scrivere qualcosa di onesto e di vero su noi. Così è stato, abbiamo lavorato su una decina di testi: Gregorio che era un rovo spinoso; Abdur che era una montagna insormontabile; Marco che era una vela; Valeria un arcobaleno; Yuri che è rabbia e tristezza. Era commovente vedere come ciascuno di loro prendesse sul serio l'altro e le sue parole, le facesse sue e poi ne suggerisse altre per essere fedele all'altro. 

Al suono della campanella abbiamo spento il computer, chiusi i quaderni, con l'idea che nei giorni successivi avremmo finito. Ma il giorno 22, il giorno seguente, è stato un giorno di morte e di dolore, di nessuna rinascita, di pianto e di male. Ho fatto vedere la scena finale di Danton, avendo appena terminato di spiegare la rivoluzione francese e ho chiesto loro se quella poteva essere una soluzione, se una lama, un'altra violenza come da qualche parte forse abbiamo sentito, poteva essere una risposta. Poi ho aperto la pagina di un blog di un mio amico, Sebastiano Aglieco, poeta e maestro elementare, che riporto qui per intero: 

Ho trascorso la giornata della poesia in classe, con i miei bambini. Abbiamo letto la lettera che Anna Bergna ci ha inviato, dopo che i bambini le hanno regalato alcune variazioni intorno alle sue poesie. Poi abbiamo disegnato le colombe di Picasso e le abbiamo usate come pretesto per scrivere. Una bimba ha perso la nonna e mi ha chiesto se poteva dedicarle una sua poesia. Ormai scrivono tutti, anche quelli che ci hanno messo più tempo. Non dò più neanche le consegne. Non è un compito la poesia, per loro, ma un desiderio. E' fuori dai programmi, dalle valutazioni e, in fondo, è un modo per preservarla dall'ignoranza dei cattivi funzionari. E dai cattivi maestri.

I miei bambini sono tutti poeti. Sono esseri migliori. Almeno finché staranno con me. Che dire: sono uno sporco idealista, e persino orgoglioso e presuntuoso, ma le cose alte, se non sono interiori, mi infastidiscono. Non amo i palchi e i palchetti. Mi basta già il peso della mia cattedra, ormai solo ideale, perché le cattedre di legno non esistono più; anzi, spesso ci si vanno a sedere i bambini davanti alla mia cattedra e io nei loro banchi. Esistono ormai poche motivazioni per me, a frequentare il variegato mondo della poesia: meglio qui, dentro un'aula, a trasmettere qualcosa di vero e di profondo, piuttosto che fare vetrina. 



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