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SCUOLA/ Alexander (Ecuador): uno sguardo mi ha salvato dai quartieri più violenti di Quito

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Foto d'archivio  Foto d'archivio

QUITO (Ecuador) — Alexander Espinoza ha 24 anni. Ha vissuto tutta la sua vita in uno dei quartieri più violenti di Quito. Adesso studia disegno grafico all'università e di giorno è educatore in un centro giovanile del suo quartiere gestito da Avsi e dal suo socio locale Fundación Sembrar.

 

Alexander, ci racconto un po' di te? 

Sono Alexander, ho 24 anni e vivo a Pisulli, un quartiere povero nella parte più a nord della città di Quito. Ho vissuto sempre qui, la mia scuola era a 15 minuti da casa mia, ma per andarci dovevo attraversare un burrone. Durante la mia infanzia sono sempre stato curioso e a volte anche un po' cattivo. Vivevo in una casa di legno dove c'era solo una camera, una cucina e molti problemi. Mio padre picchiava mia madre, non avevamo le cose necessarie e a volte io rimanevo solo a casa con i miei fratelli più piccoli per curarli o preparare loro da mangiare. Questo da quando avevo sette anni fino agli undici.

 

Ma com'era il posto in cui sei vissuto?

L'ambiente del mio quartiere è sempre stato molto complicato: litigi tra le famiglie, persone che si picchiavano nelle strade, gridando e insultandosi, a volte si vedevano uomini camminare con pistole e coltelli in mano ed era normale. Diventavamo grandi senza sperare che tutto potesse essere un giorno diverso.

 

Così fino a quando?  

A 14 anni ho incontrato persone di Comunione e Liberazione che mi hanno educato, e ho capito che quello che c'era nella mia famiglia e nella mia scuola non era l'unico modo di vivere né il migliore. Mi hanno educato rispettando quello che sono, la mia libertà, dandomi i criteri per imparare. Non mi sono mai sentito svilito. Per esempio non hanno mai preteso che io facessi quello che volevano loro. Hanno lasciato che facessi il mio cammino, richiamandomi al bisogno di verità e felicità che ho, che abbiamo dentro di noi.

 

E che cosa è cambiato per te?

Ho terminato la scuola superiore studiando di notte e lavorando di giorno, perché per mia mamma, che era rimasta sola, era difficile mantenere sei figli. E' il modo con cui potevo aiutare la mia famiglia. Lei non me lo aveva chiesto, ma era così che io potevo aiutarla. Penso che se tutti i giovani di Pisulli avessero davanti a sé persone così, che senza imporre niente li aiutano ad affrontare la vita, molti di loro si potrebbero salvare e non sarebbero assorbiti dalla banalità del mondo, soprattutto qui nel mio quartiere dove è facile perdere la speranza di poter avere una vita differente ed essere felici.

 

Cosa ti piace di più del tuo lavoro? 



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