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SCUOLA/ Siamo sicuri che l'intervista a Riina sia servita di "lezione"?

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L'arresto di Bernardo Provenzano (Infophoto)  L'arresto di Bernardo Provenzano (Infophoto)

Abbasso Bruno Vespa, evviva Bruno Vespa. La trasmissione di Porta a Porta di qualche giorno fa ha fatto parlare di sé e del suo conduttore il mondo dei media e quello della politica, che talvolta coincidono, chiamando al dibattito sulla mafia tutti gli opinion leader disponibili sulla piazza. Ma mentre in tanti si sono affaticati a mettere in evidenza il problema della libertà di stampa e qualcuno anche il coraggio o la spregiudicatezza del giornalista nell'affrontare le critiche delle anime belle e dei cosiddetti professionisti dell'antimafia, è passata inosservata la dimensione pedagogica, che spesso si intreccia con le cose della vita e sempre è connessa all'informazione e alla comunicazione, soprattutto quando queste sono dispensate dal servizio pubblico, mai esente da doveri e responsabilità, almeno etici se non proprio educativi (ma qual è in questo caso la differenza?), verso i destinatari, sia giovani che adulti. Vogliamo sperare che il profilo personale del giovane Riina abbia ottenuto uno scarso gradimento presso i nostri giovani, ed anzi abbia aperto loro gli occhi su quel nulla che spesso si nasconde dietro la violenza, occulta che essa sia o esibita in modo spettacolare. 

Grazie a Bruno Vespa e alla sua trasmissione, ora conosciamo meglio la mafia, la sua intimità, il menage familiare, la relazione tra padre e figlio, il clima affettivo nel quale il piccolo Salvo apriva gli occhi e la mente sul mondo e alla vita. Non è dato sapere se l'intervistatore lo abbia fatto di proposito o se l'intervistato se ne sia reso conto; il fatto è che, grazie all'intervista, la mafia ci è apparsa in tutto il suo squallore, qualcuno direbbe la sua banalità, rammentandoci la famosa "banalità del male" che al processo di Gerusalemme si materializzò agli occhi di Hannah Arendt nella figura di Adolf Eichmann, l'oscuro burocrate della morte indifferente di fronte al male dei fatti dei quali era stato promotore ed esecutore.

Difficile stabilire se questa banalità e questo squallore siano il frutto di una precisa scelta o quale ne fosse il fine, né se siano l'esito inevitabile e coerente di un assetto della persona stabile e strutturato. I primi piani con cui la macchina da presa  esplorava il volto di Salvo Riina e scrutava il suo sguardo sempre fisso in avanti, esprimevano da una parte un'ostentata sicurezza e dall'altra una pervicace reticenza, che lasciava insoddisfatta nello spettatore la domanda se quelle labbra nascondessero qualcosa oppure affermassero la sconcertante verità di un terribile vuoto, da uomo dimezzato, privo della dimensione etica e civile propria del cittadino, ma dotato soltanto dell'attrazione istintiva che lega la creatura al genitore come il vitello alla mucca che lo ha partorito.   

Mentre Salvo Riina dispiegava dinnanzi agli occhi dei telespettatori la sua umanità dimezzata, le domande di Vespa e la presenza pulita e parlante in studio del giovane Schifani, figlio dell'agente Vito morto a Capaci, aiutavano a vedere il quadro di un fallimento umano e formativo difficile da dimenticare. 



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