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SCUOLA/ Tradurre i Beatles? Quando il latino diventa un mostro

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I Beatles a Milano nel 1965 (Foto Wikipedia)  I Beatles a Milano nel 1965 (Foto Wikipedia)

Qualsiasi produttore musicale che voglia rendere una band un successo mondiale e planetario (ma verrebbe da dire imperiale…. se usiamo l'eloquio romano), sa che il nome di un complesso musicale è foriero di un destino; e allora avremo: Ioannes (John Lennon), Paulus (Paul Mc Cartney), Georgius (George Harrison), ma la verve linguistica per il batterista Ringo Starr potrebbe essere 'Anulatus'.

Waquet, studiosa francese e autrice del saggio Latino. L'impero di un segno (XVI-XX secolo) scrive: "Dal Rinascimento agli anni centrali del Novecento, la storia della cultura occidentale può essere scritta nel segno del latino. La stessa lingua regnò nella scuola, si fece sentire nella chiesa, almeno nei paesi cattolici, e sino al XVIII secolo fu il veicolo principale del sapere nelle sue forme dotte. Anche quando il latino perdette di importanza, per esempio nella scuola degli anni intorno 1950, rimase comunque, e dappertutto, un elemento del contendere (…). A questo punto si pone in tutta evidenza una domanda: a che scopo il latino? Se la padronanza della lingua non era il vero obiettivo da raggiungere, per quali ragioni si proseguì, e per un lungo periodo, a studiarlo? Cosa ci si attendeva da questo studio, e come lo si giustificò? Al di là degli effetti indotti dal suo insegnamento, quale fu il ruolo assegnato alla lingua di Roma nella società moderna?".

A giudicare della prolifica attività di traduttore di monsignor Daniel Gallagher, la risposta parrebbe quasi semantico-ontologica: annullare il gap tra passato e presente nell'epoca del digitalmente corretto. A partire dalla traduzione dei testi inglesi della band di Liverpool, in particolar modo dai primi album. Il sacerdote americano afferma: "Anche se erano canzoni magari più banali sono anche le più traducibili, nei primi motivi c'era poi molta poesia. La cosa più importante è cercare di mantenere la melodia".

Non ho ancora letto in latino il romanzo tradotto da monsignor Daniel Gallagher, perché sarà una lettura estiva dopo un altro logorante anno scolastico, votato a mettere nelle teste pensanti dei miei studenti qualche nozione di grammatica latina e un po' di passione per il mondo antico…

Certo ha ragione il collega latinista quando dice: "Il punto è quello di non disperdere un patrimonio tanto grande. Non trascurabile poi il fatto che il gruppo aveva una sua genialità". 

E cantava sempre Morandi: "Con il francese tradurrei John Holliday/ e con l'inglese Frank Sinatra capirei/ col brasiliano Joao Gilberto ascolterei/ e la figura del suonato non farei/ e invece piovono tre sapete perché/ Ovidio Nasone non è un tipo per me/ E poi Cicerone…".

Speriamo che tra qualche anno, con un questo andazzo modaiolo del latinismo modernistico, non si finisca a far tradurre ai nativi digitali le canzoni dei Beatles...perché Cicerone è passato di moda. Sarebbe veramente poco geniale.



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COMMENTI
02/04/2016 - commento (francesco taddei)

è evidente l'errore. ma si potrebbe pure evitare la sostituzione di termini italiani con inglesismi di cui non abbiamo bisogno. vi fa schifo dire ministero delle politiche sociali e del lavoro anziché lo sciovinissimo welfare? e così per tanto altro. un po' d'amore per la nostra lingua non significa non fare bene il proprio lavoro, anzi.